| |
BELLUM IUGURTHINUM - PARAGRAFO 1
Falso queritur de
natura sua genus humanum quod imbecilla atque aevi
brevis forte potius quam virtute regatur. Nam
contra reputando neque maius aliud neque
praestabilius invenias magisque naturae industriam
hominum quam vim aut tempum deesse. Sed dux atque
imperator vitae mortalium animus est . Qui ubi ad
gloriam virtutis via grassatur abunde pollens
potensque et clarus est neque fortuna eget quippe
probitatem industriam aliasque artis bonas neque
dare neque eripere cuiquam potest . Sin captus
pravis cupidinibus ad inertiam et voluptates
corporis pessumdatus est perniciosa lubidine
paulisper usus ubi per socordiam vires tempus
ingenium diffluxere naturae infirmitas accusatur ;
suam quisque culpam auctores ad negotia transferunt
. Quod si hominibus bonarum rerum tanta cura esset
quanto studio aliena ac nihil profutura multaque
etiam pericolosa < ac perniciosa > petunt neque
regerentur magis quam regerent casus et eo
magnitudinis procederent ubi pro mortalibus gloria
aeterni fierent
TRADUZIONE
A torto il genere umano
lamenta che la sua natura, debole e caduca, sia
retta dal caso più che dalla virtù. Al contrario,
chi ben rifletta troverà che non vi è cosa più
grande o importante, e che alla natura umana manca
la volontà di agire, più che la forza o il tempo. Ma
è lo spirito che guida e governa la vita dell'uomo.
Se questo procede verso la gloria per la via della
virtù, ha in abbondanza vigore, potenza e fama e non
ha bisogno della fortuna, perché non è essa che può
dare o togliere ad alcuno onestà, energia e altre
doti morali. Se invece, schiavo di spregevoli
passioni, si è abbandonato all'ozio e ai piaceri del
corpo e ha goduto per breve tempo della rovinosa
lussuria, quando nell'inerzia forza, tempo e ingegno
svaniscono, s'incolpa la fragilità della natura:
ciascuno, pur responsabile, fa ricadere le proprie
colpe sulle circostanze. Se gli uomini dedicassero
al bene tanto impegno, quanto ne mettono nella
ricerca di ciò che è inopportuno, inutile e anzi
spesso pericoloso e dannoso, governerebbero loro gli
eventi invece di esserne governati e
s'innalzerebbero a una tale grandezza che, da
mortali, diventerebbero, per gloria, immortali
BELLUM IUGURTHINUM - PARAGRAFO 2
Nam uti genus hominum
compositum ex corpore et anima est ita res cuncta
studiaque omnia nostra corporis alia alia animi
naturam secuntur. Igitur praeclara facies magnae
divitiae ad hoc vis corporis et alia omnia huiusce
modi brevi dilabuntur; at ingeni egregia facinora
sicuti anima immortalia sunt. Postremo corporis et
fortunae bonorum ut initium sic finis est omniaque
orta occidunt et aucta senescunt: animus incorruptus
aeternus rector humani generis agit atque habet
cuncta neque ipse habetur. Quo magis pravitas eorum
admiranda est qui dediti corporis gaudiis per luxum
et ignaviam aetatem agunt ceterum ingenium quo neque
melius neque amplius aliud in natura mortalium est
incultu atque socordia torpescere sinunt cum
praesertim tam multae variaeque sint artes animi
quibus summa claritudo paratur
TRADUZIONE
Infatti, poiché l'uomo
è composto di corpo e di anima, tutte le nostre
attività e inclinazioni si conformano alla natura
dell'uno o dell'altra. Pertanto la bellezza, la
ricchezza, nonché la prestanza fisica e tutte le
altre doti di questo genere in breve dileguano: ma
le grandi opere dell'ingegno sono, come l'anima,
immortali. Insomma le qualità fisiche e i beni della
fortuna, come hanno un inizio, così hanno una fine e
tutto ciò che sorge tramonta e ciò che cresce
invecchia; lo spirito, invece, essendo guida
incorruttibile ed eterna del genere umano, muove e
domina tutto e da nulla si lascia dominare. Tanto
più deve suscitare meraviglia, quindi, la
perversione di coloro che, dediti ai piaceri dei
sensi, trascorrono la vita nel lusso e
nell'indolenza, e lasciano intorpidire
nell'ignoranza e nell'apatia l'intelligenza, di cui
nulla vi è di meglio e di più grande nella natura
umana, mentre sono così numerose e varie le attività
dello spirito, con cui si può ottenere chiara fama
BELLUM IUGURTHINUM - PARAGRAFO 3
Verum ex eis
magistratus et imperia postremo omnis cura rerum
publicarum minime mihi hac tempestate cupiunda
videntur quoniam neque virtuti honos datur neque
illi quibus per fraudem is fuit tuti aut eo magis
honesti sunt . Nam vi quidem regere patriam aut
parentes quamquam et possis et delicta corrigas
tamen inportunum est cum praesertim omnes rerum
mutationes caedem fugam aliaque hostilia portendant
. Frustra autem niti neque aliud se fatigando nisi
odium querere extremae dementiae est : nisi forte
quem inhonesta et perniciosa lubido tenet potentiae
paucorum decus atque libertatem suam gratificari
TRADUZIONE
Ma fra queste attività,
le magistrature e i comandi militari, insomma ogni
forma di partecipazione alla vita pubblica, non mi
sembrano in alcun modo da desiderare in questi
tempi, perché le cariche onorifiche non vanno ai più
meritevoli e neppure quelli che le hanno ottenute
con l'intrigo sono per questo più sicuri o più
onorati. Governare, infatti, la patria e la famiglia
con la violenza, ammesso che riesca e valga a
frenare gli abusi, non è impresa priva di rischi,
soprattutto perché ogni rivoluzione è foriera di
stragi, esili e altre violenze. Impegnarsi poi in
sforzi vani e in cambio della propria fatica
ottenere nient'altro che odio, è vera follia, a meno
che non si sia dominati dalla voglia ignobile e
rovinosa di sacrificare alla potenza di pochi la
propria dignità e la propria libertà
BELLUM IUGURTHINUM - PARAGRAFO 4
Ceterum ex aliis
negotiis quae ingenio exercentur in primis magno
usui est memoria rerum gestarum . Cuius de virtute
quia multi dixere praetereundum puto simul ne per
insolentiam quis existumet memet studium meum
laudando extollere . Atque ego credo fore qui quia
decrevi procul a re publica aetatem agere tanto
tamque utili labori meo nomen inertiae inponant
certe quibus maxuma industria videtur salutare
plebem et conviviis gratiam quaerere . Qui si
reputaverint et quibus ego temporibus magistratus
adeptus sum et quales viri idem adsequi nequiverint
et postea quae genera hominum in senatum pervenerint
profecto existumabunt me magis merito quam ignavia
iudicium animi mei mutavisse maiusque commodum ex
otio meo quam ex aliorum negotiis rei publicae
venturum . Nam saepe ego audivi Q. Maxumum P.
Scipionem praeterea civitatis nostrae praeclaros
viros solitos ita dicere cum maiorum imagines
intuerentur vehementissume sibi animum ad virtutem
accendi . Scilicet non ceram illam neque figuram
tantam vim in sese habere sed memoria rerum gestarum
eam flammam egregiis viris in pectore crescere neque
prius sedari quam virtus eorum famam atque gloriam
adaequaverit . At contra quis est omnium his moribus
quin divitiis et sumptibus non probitate neque
industria cum maioribus suis contendat ? Etiam
homines novi qui antea per virtutem soliti erant
nobilitatem antevenire furtim et per latrocinia
potius quam bonis artibus ad imperia et honores
nituntur : proinde quasi praetura et consulatus
atque alia omnia huiuscemodi per se ipsa clara et
magnifica sint ac non perinde habeantur ut eorum qui
ea sustinet virtus est . Verum ego liberius
altiusque processi dum me civitatis morum piget
taedetque ; nunc ad inceptum redeo
TRADUZIONE
Del resto, fra le altre
attività intellettuali, di particolare utilità è da
considerarsi la rievocazione degli avvenimenti del
passato. Penso, peraltro, di non dovermi soffermare
sulla sua importanza, dato che già molti ne hanno
parlato; non voglio, poi, che si pensi che proprio
io mi metta a esaltare, per vanità, i meriti della
mia fatica. Eppure non mancheranno, credo, coloro
che chiameranno ozio un'occupazione nobile e
importante come questa, dal momento che ho deciso di
vivere lontano dalla politica: e saranno senza
dubbio quei tali che ritengono attività estremamente
importanti rivolgere saluti alla plebe e
ingraziarsela con banchetti. Ma se si considereranno
in quali tempi mi toccarono le cariche, a quali
uomini furono negate e che razza di gente mise poi
piede in Senato, certamente riconosceranno che ho
cambiato il mio modo di pensare a ragion veduta più
che per viltà e che questo mio ozio gioverà alla
repubblica più dell'affaccendarsi di altri. Quinto
Massimo, Publio Scipione e altri eminenti personaggi
della nostra città erano soliti affermare, come più
di una volta ho udito narrare, che, osservando i
ritratti degli antenati, sentivano accendersi nel
loro animo un vivissimo entusiasmo per la virtù.
Certo né quella cera né quelle fattezze celavano in
sé tanta forza: era il ricordo delle antiche gesta
che teneva desta tale fiamma nel cuore di quegli
egregi uomini e non permetteva che si spegnesse
prima che il loro valore avesse eguagliato la fama e
la gloria dei loro antenati. Ma nell'attuale
situazione di decadenza, chi c'è fra tutti che
gareggi con i suoi antenati non per ricchezza e
lusso, ma per onestà e operosità? Anche gli "uomini
nuovi", che prima erano soliti superare i nobili in
virtù, ormai si aprono la strada alle cariche
militari e civili più con intrighi e con aperte
rapine che con mezzi onesti: quasi che la pretura,
il consolato e tutte le altre cariche di questo tipo
siano nobili ed eccellenti di per sé e non vengano
invece giudicate secondo i meriti di coloro che le
ricoprono. Ma l'amarezza e il fastidio per i costumi
dei miei concittadini mi hanno spinto a divagare
troppo liberamente e troppo lontano; è tempo che
ritorni al mio argomento
BELLUM IUGURTHINUM - PARAGRAFO 5
Bellum scripturus sum
quod populus romanus cum Iugurtha rege Numidarum
gessit primum quia magnum et atrox variaque victoria
fuit dehinc quia tunc primum superbiae nobilitatis
obviam itum est. Quae contentio divina et humana
cuncta permiscuit eoque vecordiae processit ut
studiis civilibus bellum atque vastitas italiae
finem faceret. Sed priusquam huiuscemodi rei initium
expedio pauca supra repetam quo ad cognoscendum
omnia inlustria magis magisque in aperto sint .
Bello Punico secundo quo dux Carthaginiensium
Hannibal post magnitudinem nominis romani italiae
opes maxume adtriverat Masinissa rex Numidarum in
amicitiam receptus a P . Scipione cui postea
Africano cognomen ex virtute fuit multa et praeclara
rei militaris facinora fecerat .Ob quae victis
carthaginiensibus et capto Syphace cuius in africa
magnum atque late imperium valuit populus romanus
quascumque urbis et agros manu ceperat regi dono
dedit . Igitur amicitia Masinissae bona atque onesta
nobis permansit . Sed imperi vitaeque eius finis
idem fuit . Dein Micipsa filius regnum solus
obtinuit Mastanabale et Gulussa fratribus morbo
absumptis . Is Adherbalem et Hiempsalem ex sese
genuit Iugurthamque filium Mastanabalis fratris quem
Masinissa quod ortus ex concubina erat privatum
dereliquerat eodem cultu quo liberos suos domi
habuit
TRADUZIONE
Intendo narrare la
guerra combattuta dal popolo romano contro il re dei
Numidi Giugurta; in primo luogo perché essa fu
lunga, sanguinosa e dall'esito incerto; poi perché
allora per la prima volta si fece fronte
all'arroganza dei nobili. Questo conflitto, che
sconvolse leggi umane e divine, giunse a tale
follia, che soltanto la guerra e la devastazione
dell'Italia posero fine alle discordie civili. Ma
prima di iniziare questa narrazione, mi rifarò un
po' indietro, perché il complesso degli avvenimenti
risulti più chiaro e comprensibile. Nella seconda
guerra punica, in cui il comandante cartaginese
Annibale aveva logorato più di ogni altro le forze
italiche da quando si era imposta la grandezza del
nome di Roma, il re di Numidia Massinissa,
riconosciuto nostro alleato da quel Publio Scipione
che fu poi detto l'Africano per il suo valore, si
era distinto in molte e gloriose azioni di guerra.
Perciò, quando furono vinti i Cartaginesi e fu fatto
prigioniero Siface, signore in Africa di un vasto e
potente impero, il popolo romano fece dono al re di
tutte le città e le terre da lui conquistate. Da
allora Massinissa fu per noi sicuro e fedele
alleato, ma con la sua vita finì anche il suo
impero. In seguito regnò da solo suo figlio Micipsa,
poiché erano morti di malattia i suoi fratelli
Mastanabale e Gulussa. Egli ebbe due figli, Aderbale
e Iempsale, e accolse in casa, educandolo come i
propri figli, il figlio del fratello Mastanabale,
Giugurta, che Massinissa aveva escluso dalla
successione perché nato da una concubina
BELLUM IUGURTHINUM - PARAGRAFO 6
Qui ubi primum adolevit
pollens viribus decora facie sed multo maxime
ingenio validus non se luxu neque inertiae
corrumpendum dedit sed uti mos gentis illius est
equitare iaculari; cursu cum aequalibus certare et
cum omnis gloria anteiret omnibus tamen carus esse;
ad hoc pleraque tempora in venando agere leonem
atque alias feras primus aut in primis ferire:
plurimum facere [et] minimum ipse de se loqui.
Quibus rebus Micipsa tametsi initio laetus fuerat
existimans virtutem Iugurthae regno suo gloriae fore
tamen postquam hominem adulescentem exacta sua
aetate et parvis liberis magis magisque crescere
intellegit vehementer eo negotio permotus multa cum
animo suo voluebat. Terrebat eum natura mortalium
avida imperi et praeceps ad explendam animi
cupidinem praeterea opportunitas suae liberorumque
aetatis quae etiam mediocris viros spe praedae
transversos agit ad hoc studia Numidarum in
Iugurtham accensa ex quibus si talem virum dolis
interfecisset ne qua seditio aut bellum oriretur
anxius erat
TRADUZIONE
Costui, divenuto un
giovane prestante e di bell'aspetto, ma soprattutto
ragguardevole per intelligenza, non si lasciò
corrompere dai piaceri e dall'ozio, ma, secondo gli
usi della sua gente, cavalcava, lanciava il
giavellotto, gareggiava con i coetanei nella corsa:
e, benché eccellesse su tutti, a tutti, nondimeno,
era caro. Dedicava, inoltre, la maggior parte del
suo tempo alla caccia, era il primo o fra i primi a
colpire il leone e simili fiere: quanto più agiva,
tanto meno parlava di sé. Dapprima Micipsa era stato
lieto di tutto questo, pensando che dal valore di
Giugurta sarebbe venuta gloria al suo regno;
tuttavia, vedendo il prestigio di quel giovane
aumentare sempre più, mentre lui era già anziano e i
suoi figli ancora piccoli, cominciò a preoccuparsi
gravemente di tale fatto, rivolgendo in sé mille
pensieri. Lo atterriva la natura umana, avida di
potere e pronta a soddisfare le proprie passioni, e
inoltre l'opportunità della sua età e di quella dei
suoi figli, adatta a traviare, con la speranza di un
facile successo, anche gli uomini meno ambiziosi; lo
atterriva, infine, il forte affetto dei Numidi per
Giugurta, che gli faceva temere l'insorgere di una
rivolta o di una guerra civile, se avesse ucciso con
l'inganno un tale uomo
BELLUM IUGURTHINUM - PARAGRAFO 7
His difficultatibus
circumventus ubi videt neque per vim neque insidiis
opprimi posse hominem tam acceptum popularibus quod
erat Iugurtha manu promptus et appetens gloriae
militaris statuit eum obiectare periculis et eo modo
fortunam temptare. Igitur bello Numantino Micipsa
cum populo Romano equitum atque peditum auxilia
mitteret sperans vel ostentando virtutem vel hostium
saevitia facile eum occasurum praefecit Numidis quos
in Hispaniam mittebat. Sed ea res longe aliter ac
ratus erat evenit. Nam Iugurtha ut erat impigro
atque acri ingenio ubi naturam P. Scipionis qui tum
Romanis imperator erat et morem hostium cognovit
multo labore multaque cura praeterea modestissime
parendo et saepe obviam eundo periculis in tantam
claritudinem brevi pervenerat ut nostris vehementer
carus Numantinis maximo terrori esset. Ac sane quod
difficillimum in primis est et proelio strenuos erat
et bonus consilio quorum alterum ex providentia
timorem alterum ex audacia temeritatem afferre
plerumque solet. Igitur imperator omnis fere res
asperas per Iugurtham agere in amicis habere magis
magisque eum in dies amplecti quippe cuius neque
consilium neque inceptum ullum frustra erat. Hoc
accedebat munificentia animi atque ingeni sollertia
quibus rebus sibi multos ex Romanis familiari
amicitia coniunxerat
TRADUZIONE
Fra tante difficoltà,
non potendo né con la forza né con l'inganno
eliminare quell'uomo così gradito al popolo, pensò,
sapendo Giugurta temerario e desideroso di gloria
militare, di tentare la fortuna con l'esporlo ai
pericoli. Durante la guerra numantina, dunque,
Micipsa, nell'inviare truppe ausiliarie di
cavalleria e di fanteria ai Romani, lo mise a capo
del contingente numidico distaccato in Spagna,
sperando che facilmente o per far mostra del proprio
valore o per la ferocia dei nemici avrebbe trovato
la morte. Ma gli avvenimenti delusero le sue
aspettative. Pronto e astuto com'era, Giugurta,
quando conobbe il carattere di Publio Scipione, che
allora comandava l'esercito romano, e la tattica dei
nemici, con la sua attività incessante e la sua
grande diligenza, e inoltre obbedendo
scrupolosamente e affrontando spesso i pericoli, si
conquistò in breve tale reputazione, che divenne ai
nostri carissimo, terribile agli occhi dei Numantini.
E veramente egli si distingueva, cosa che assai
raramente si verifica, per coraggio in battaglia e
per saggezza nelle decisioni, mentre nei più l'una,
per eccesso di prudenza, genera timore, l'altro, per
troppa audacia, temerarietà. Scipione, perciò, si
valeva di Giugurta per quasi tutte le imprese più
rischiose, lo voleva tra i suoi amici e lo
apprezzava di giorno in giorno sempre di più,
vedendo che nessuna delle sue decisioni e delle sue
iniziative aveva cattivo esito. A queste doti
Giugurta univa un animo generoso e un'intelligenza
vivace, grazie a cui aveva stretto una familiare
amicizia con molti Romani
BELLUM IUGURTHINUM - PARAGRAFO 8
Ea tempestate in
exercitu nostro fuere complures novi atque nobiles
quibus divitiae bono honestoque potiores erant
factiosi domi potentes apud socios clari magis quam
honesti qui Iugurthae non mediocrem animum
pollicitando accendebant si Micipsa rex occidisset
fore uti solus imperi Numidiae potiretur: in ipso
maximam virtutem Romae omnia venalia esse. Sed
postquam Numantia deleta P. Scipio dimittere auxilia
et ipse reverti domum decrevit donatum atque
laudatum magnifice pro contione Iugurtham in
praetorium abduxit ibique secreto monuit ut potius
publice quam privatim amicitiam populi Romani
coleret neu quibus largiri insuesceret: periculose a
paucis emi quod multorum esset. Si permanere vellet
in suis artibus ultro illi et gloriam et regnum
venturum; sin properantius pergeret suamet ipsum
pecunia praecipitem casurum
TRADUZIONE
In
quel tempo nel nostro esercito v'erano molti, sia
"uomini nuovi" che nobili, i quali apprezzavano
assai più le ricchezze della rettitudine e
dell'onestà, influenti in patria, potenti presso gli
alleati, famosi più che stimati. Questi infiammavano
l'animo già tutt'altro che umile di Giugurta,
promettendogli spesso che, se fosse venuto a mancare
il re Micipsa, il regno di Numidia sarebbe toccato a
lui solo: d'altronde egli aveva tutte le qualità
necessarie e a Roma tutto era in vendita. Ma quando,
distrutta Numanzia, Publio Scipione decise di
congedare le truppe ausiliarie e di ritornare in
patria, dapprima al cospetto dell'esercito
ricompensò e lodò splendidamente Giugurta, poi,
condottolo nel pretorio, in privato gli consigliò di
coltivare l'amicizia del popolo romano pubblicamente
piuttosto che privatamente e di non abituarsi a
elargire denaro ad alcuno: è un rischio comprare da
pochi ciò che appartiene a molti. Se avesse
continuato nella via intrapresa, gloria e regno gli
sarebbero venuti da soli; se invece avesse avuto
troppa fretta, proprio il suo denaro lo avrebbe
fatto cadere in rovina
BELLUM IUGURTHINUM - PARAGRAFO 9
Sic locutus cum
litteris eum quas Micipsae redderet dimisit. Earum
sententia haec erat: "Iugurthae tui in bello
Numantino longe maxima virtus fuit quam rem tibi
certo scio gaudio esse. Nobis ob merita sua carus
est; ut idem senatui et populo Romano sit summa ope
nitemur. Tibi quidem pro nostra amicitia gratulor.
Habes virum dignum te atque auo suo Masinissa.
Igitur rex ubi ea quae fama acceperat ex litteris
imperatoris ita esse cognovit cum virtute tum gratia
viri permotus flexit animum suum et Iugurtham
beneficiis vincere aggressus est statimque eum
adoptauit et testamento pariter cum filiis heredem
instituit. Sed ipse paucos post annos morbo atque
aetate confectus cum sibi finem vitae adesse
intellegeret coram amicis et cognatis itemque
Adherbale et Hiempsale filiis dicitur huiusce modi
verba cum Iugurtha habuisse
TRADUZIONE
Parlatogli così, lo
congedò con una lettera per Micipsa, il cui tenore
era questo: «Il valore del tuo Giugurta nella guerra
di Numanzia è stato davvero senza pari: il che, sono
certo, ti farà piacere. Egli mi è caro per i suoi
meriti e sarà mia cura che lo sia altrettanto al
Senato e al popolo romano. Per l'amicizia che ci
lega, mi congratulo con te, perché hai un uomo
veramente degno di te e di Massinissa, suo avo».
Ora, poiché il re vide che le voci già pervenutegli
erano confermate dalla lettera di Scipione, vinto
ormai dal valore ma anche dalla popolarità del
nipote, mutò il suo proposito: volle cattivarsi
Giugurta con benefici. Così l'adottò immediatamente
e nel testamento lo nominò suo erede alla pari dei
figli. Pochi anni dopo, prostrato dagli anni e dal
male, sentendosi ormai alla fine della vita, si dice
che, alla presenza di amici e parenti e anche dei
suoi figli Aderbale e Iempsale, si rivolgesse a
Giugurta pressappoco con queste parole
BELLUM IUGURTHINUM - PARAGRAFO 10
"Paruum ego te Iugurtha
amisso patre sine spe sine opibus in meum regnum
accepi existimans non minus me tibi quam liberis si
genuissem ob beneficia carum fore. Neque ea res
falsum me habuit. Nam ut alia magna et egregia tua
omittam novissime rediens Numantia meque regnumque
meum gloria honorauisti tuaque virtute nobis Romanos
ex amicis amicissimos fecisti. In Hispania nomen
familiae renovatum est. Postremo quod difficillimum
inter mortalis est gloria invidiam vicisti. Nunc
quoniam mihi natura finem vitae facit per hanc
dexteram per regni fidem moneo obtestorque te uti
hos qui tibi genere propinqui beneficio meo fratres
sunt caros habeas neu malis alienos adiungere quam
sanguine coniunctos retinere. Non exercitus neque
thesauri praesidia regni sunt verum amici quos neque
armis cogere neque auro parare queas: officio et
fide pariuntur. Quis autem amicior quam frater
fratri? Aut quem alienum fidum invenies si tuis
hostis fueris? Equidem ego vobis regnum trado firmum
si boni eritis sin mali inbecillum. Nam concordia
paruae res crescunt discordia maximae dilabuntur.
Ceterum ante hos te Iugurtha qui aetate et sapientia
prior es ne aliter quid eveniat prouidere decet. Nam
in omni certamine qui opulentior est etiam si
accipit iniuriam tamen quia plus potest facere
videtur. Vos autem Adherbal et Hiempsal colite
obseruate talem hunc virum imitamini virtutem et
enitimini ne ego meliores liberos sumpsisse videar
quam genuisse."
TRADUZIONE
«Eri ancora piccolo,
Giugurta, orfano di padre, privo di speranze e di
fortuna quando io ti accolsi nel mio regno, convinto
che per i miei benefici mi avresti amato non meno
dei miei figli, se ne avessi generato. E non mi sono
ingannato, perché, tralasciando pure altre tue
grandi e nobili imprese, ultimamente, ritornando da
Numanzia, hai coperto di gloria me e il mio regno:
per il tuo valore i Romani da amici ci sono
diventati amicissimi. In Spagna il nome della nostra
famiglia si è rinverdito. E infine, cosa
difficilissima tra gli uomini, con la tua gloria hai
vinto l'invidia. Ora, poiché per legge inevitabile
di natura la mia vita è al termine, io ti prego e ti
scongiuro, per questa destra e per la fedeltà alla
corona, di avere cari questi, che ti sono per
nascita cugini e per mia benevola scelta fratelli, e
di non voler cercare l'amicizia degli estranei
anziché conservare quella dei congiunti per sangue.
Non gli eserciti né i tesori sono il sostegno del
regno, ma gli amici, che non si ottengono con le
armi, né si comprano con l'oro: si acquistano con i
benefici e la lealtà. E chi è più amico del fratello
al fratello? O quale estraneo troverai fedele,
essendo nemico dei tuoi? Io vi lascio un regno
stabile, se sarete retti, debole se malvagi. La
concordia, infatti, fa prosperare i piccoli stati,
la discordia fa crollare anche i più grandi.
Nondimeno, più che a loro, spetta a te, Giugurta,
che li precedi per età e per senno, di provvedere
che non accada altrimenti, perché in ogni contesa il
più forte, anche se ha subito il torto, siccome può
di più, pare che lo abbia fatto. Ma voi, Aderbale e
Iempsale, rispettate e onorate un uomo come questo:
imitandone la virtù cercate di dimostrare che io non
ho adottato figli più capaci di quelli che ho
generato». |
|