Scuola e Cultura

 Home Page > Scuola e Cultura > Latino > Sallustio > Bellum Iugurthinum

 
 

 
 
 
 

Ricerca testo nella pagina:

 
 
 

Per cercare del testo, scrivere nella casella qui sotto e premere "Cerca nella pagina":

 

 
 
 

Sallustio - Bellum Iugurthinum:

 
 



BELLUM IUGURTHINUM - PARAGRAFO 1

Falso queritur de natura sua genus humanum quod imbecilla atque aevi brevis forte potius quam virtute regatur. Nam contra reputando neque maius aliud neque praestabilius invenias magisque naturae industriam hominum quam vim aut tempum deesse. Sed dux atque imperator vitae mortalium animus est . Qui ubi ad gloriam virtutis via grassatur abunde pollens potensque et clarus est neque fortuna eget quippe probitatem industriam aliasque artis bonas neque dare neque eripere cuiquam potest . Sin captus pravis cupidinibus ad inertiam et voluptates corporis pessumdatus est perniciosa lubidine paulisper usus ubi per socordiam vires tempus ingenium diffluxere naturae infirmitas accusatur ; suam quisque culpam auctores ad negotia transferunt . Quod si hominibus bonarum rerum tanta cura esset quanto studio aliena ac nihil profutura multaque etiam pericolosa < ac perniciosa > petunt neque regerentur magis quam regerent casus et eo magnitudinis procederent ubi pro mortalibus gloria aeterni fierent

TRADUZIONE
A torto il genere umano lamenta che la sua natura, debole e caduca, sia retta dal caso più che dalla virtù. Al contrario, chi ben rifletta troverà che non vi è cosa più grande o importante, e che alla natura umana manca la volontà di agire, più che la forza o il tempo. Ma è lo spirito che guida e governa la vita dell'uomo. Se questo procede verso la gloria per la via della virtù, ha in abbondanza vigore, potenza e fama e non ha bisogno della fortuna, perché non è essa che può dare o togliere ad alcuno onestà, energia e altre doti morali. Se invece, schiavo di spregevoli passioni, si è abbandonato all'ozio e ai piaceri del corpo e ha goduto per breve tempo della rovinosa lussuria, quando nell'inerzia forza, tempo e ingegno svaniscono, s'incolpa la fragilità della natura: ciascuno, pur responsabile, fa ricadere le proprie colpe sulle circostanze. Se gli uomini dedicassero al bene tanto impegno, quanto ne mettono nella ricerca di ciò che è inopportuno, inutile e anzi spesso pericoloso e dannoso, governerebbero loro gli eventi invece di esserne governati e s'innalzerebbero a una tale grandezza che, da mortali, diventerebbero, per gloria, immortali


BELLUM IUGURTHINUM - PARAGRAFO 2
Nam uti genus hominum compositum ex corpore et anima est ita res cuncta studiaque omnia nostra corporis alia alia animi naturam secuntur. Igitur praeclara facies magnae divitiae ad hoc vis corporis et alia omnia huiusce modi brevi dilabuntur; at ingeni egregia facinora sicuti anima immortalia sunt. Postremo corporis et fortunae bonorum ut initium sic finis est omniaque orta occidunt et aucta senescunt: animus incorruptus aeternus rector humani generis agit atque habet cuncta neque ipse habetur. Quo magis pravitas eorum admiranda est qui dediti corporis gaudiis per luxum et ignaviam aetatem agunt ceterum ingenium quo neque melius neque amplius aliud in natura mortalium est incultu atque socordia torpescere sinunt cum praesertim tam multae variaeque sint artes animi quibus summa claritudo paratur

TRADUZIONE
Infatti, poiché l'uomo è composto di corpo e di anima, tutte le nostre attività e inclinazioni si conformano alla natura dell'uno o dell'altra. Pertanto la bellezza, la ricchezza, nonché la prestanza fisica e tutte le altre doti di questo genere in breve dileguano: ma le grandi opere dell'ingegno sono, come l'anima, immortali. Insomma le qualità fisiche e i beni della fortuna, come hanno un inizio, così hanno una fine e tutto ciò che sorge tramonta e ciò che cresce invecchia; lo spirito, invece, essendo guida incorruttibile ed eterna del genere umano, muove e domina tutto e da nulla si lascia dominare. Tanto più deve suscitare meraviglia, quindi, la perversione di coloro che, dediti ai piaceri dei sensi, trascorrono la vita nel lusso e nell'indolenza, e lasciano intorpidire nell'ignoranza e nell'apatia l'intelligenza, di cui nulla vi è di meglio e di più grande nella natura umana, mentre sono così numerose e varie le attività dello spirito, con cui si può ottenere chiara fama


BELLUM IUGURTHINUM - PARAGRAFO 3
Verum ex eis magistratus et imperia postremo omnis cura rerum publicarum minime mihi hac tempestate cupiunda videntur quoniam neque virtuti honos datur neque illi quibus per fraudem is fuit tuti aut eo magis honesti sunt . Nam vi quidem regere patriam aut parentes quamquam et possis et delicta corrigas tamen inportunum est cum praesertim omnes rerum mutationes caedem fugam aliaque hostilia portendant . Frustra autem niti neque aliud se fatigando nisi odium querere extremae dementiae est : nisi forte quem inhonesta et perniciosa lubido tenet potentiae paucorum decus atque libertatem suam gratificari

TRADUZIONE
Ma fra queste attività, le magistrature e i comandi militari, insomma ogni forma di partecipazione alla vita pubblica, non mi sembrano in alcun modo da desiderare in questi tempi, perché le cariche onorifiche non vanno ai più meritevoli e neppure quelli che le hanno ottenute con l'intrigo sono per questo più sicuri o più onorati. Governare, infatti, la patria e la famiglia con la violenza, ammesso che riesca e valga a frenare gli abusi, non è impresa priva di rischi, soprattutto perché ogni rivoluzione è foriera di stragi, esili e altre violenze. Impegnarsi poi in sforzi vani e in cambio della propria fatica ottenere nient'altro che odio, è vera follia, a meno che non si sia dominati dalla voglia ignobile e rovinosa di sacrificare alla potenza di pochi la propria dignità e la propria libertà


BELLUM IUGURTHINUM - PARAGRAFO 4
Ceterum ex aliis negotiis quae ingenio exercentur in primis magno usui est memoria rerum gestarum . Cuius de virtute quia multi dixere praetereundum puto simul ne per insolentiam quis existumet memet studium meum laudando extollere . Atque ego credo fore qui quia decrevi procul a re publica aetatem agere tanto tamque utili labori meo nomen inertiae inponant certe quibus maxuma industria videtur salutare plebem et conviviis gratiam quaerere . Qui si reputaverint et quibus ego temporibus magistratus adeptus sum et quales viri idem adsequi nequiverint et postea quae genera hominum in senatum pervenerint profecto existumabunt me magis merito quam ignavia iudicium animi mei mutavisse maiusque commodum ex otio meo quam ex aliorum negotiis rei publicae venturum . Nam saepe ego audivi Q. Maxumum P. Scipionem praeterea civitatis nostrae praeclaros viros solitos ita dicere cum maiorum imagines intuerentur vehementissume sibi animum ad virtutem accendi . Scilicet non ceram illam neque figuram tantam vim in sese habere sed memoria rerum gestarum eam flammam egregiis viris in pectore crescere neque prius sedari quam virtus eorum famam atque gloriam adaequaverit . At contra quis est omnium his moribus quin divitiis et sumptibus non probitate neque industria cum maioribus suis contendat ? Etiam homines novi qui antea per virtutem soliti erant nobilitatem antevenire furtim et per latrocinia potius quam bonis artibus ad imperia et honores nituntur : proinde quasi praetura et consulatus atque alia omnia huiuscemodi per se ipsa clara et magnifica sint ac non perinde habeantur ut eorum qui ea sustinet virtus est . Verum ego liberius altiusque processi dum me civitatis morum piget taedetque ; nunc ad inceptum redeo

TRADUZIONE
Del resto, fra le altre attività intellettuali, di particolare utilità è da considerarsi la rievocazione degli avvenimenti del passato. Penso, peraltro, di non dovermi soffermare sulla sua importanza, dato che già molti ne hanno parlato; non voglio, poi, che si pensi che proprio io mi metta a esaltare, per vanità, i meriti della mia fatica. Eppure non mancheranno, credo, coloro che chiameranno ozio un'occupazione nobile e importante come questa, dal momento che ho deciso di vivere lontano dalla politica: e saranno senza dubbio quei tali che ritengono attività estremamente importanti rivolgere saluti alla plebe e ingraziarsela con banchetti. Ma se si considereranno in quali tempi mi toccarono le cariche, a quali uomini furono negate e che razza di gente mise poi piede in Senato, certamente riconosceranno che ho cambiato il mio modo di pensare a ragion veduta più che per viltà e che questo mio ozio gioverà alla repubblica più dell'affaccendarsi di altri. Quinto Massimo, Publio Scipione e altri eminenti personaggi della nostra città erano soliti affermare, come più di una volta ho udito narrare, che, osservando i ritratti degli antenati, sentivano accendersi nel loro animo un vivissimo entusiasmo per la virtù. Certo né quella cera né quelle fattezze celavano in sé tanta forza: era il ricordo delle antiche gesta che teneva desta tale fiamma nel cuore di quegli egregi uomini e non permetteva che si spegnesse prima che il loro valore avesse eguagliato la fama e la gloria dei loro antenati. Ma nell'attuale situazione di decadenza, chi c'è fra tutti che gareggi con i suoi antenati non per ricchezza e lusso, ma per onestà e operosità? Anche gli "uomini nuovi", che prima erano soliti superare i nobili in virtù, ormai si aprono la strada alle cariche militari e civili più con intrighi e con aperte rapine che con mezzi onesti: quasi che la pretura, il consolato e tutte le altre cariche di questo tipo siano nobili ed eccellenti di per sé e non vengano invece giudicate secondo i meriti di coloro che le ricoprono. Ma l'amarezza e il fastidio per i costumi dei miei concittadini mi hanno spinto a divagare troppo liberamente e troppo lontano; è tempo che ritorni al mio argomento


BELLUM IUGURTHINUM - PARAGRAFO 5
Bellum scripturus sum quod populus romanus cum Iugurtha rege Numidarum gessit primum quia magnum et atrox variaque victoria fuit dehinc quia tunc primum superbiae nobilitatis obviam itum est. Quae contentio divina et humana cuncta permiscuit eoque vecordiae processit ut studiis civilibus bellum atque vastitas italiae finem faceret. Sed priusquam huiuscemodi rei initium expedio pauca supra repetam quo ad cognoscendum omnia inlustria magis magisque in aperto sint . Bello Punico secundo quo dux Carthaginiensium Hannibal post magnitudinem nominis romani italiae opes maxume adtriverat Masinissa rex Numidarum in amicitiam receptus a P . Scipione cui postea Africano cognomen ex virtute fuit multa et praeclara rei militaris facinora fecerat .Ob quae victis carthaginiensibus et capto Syphace cuius in africa magnum atque late imperium valuit populus romanus quascumque urbis et agros manu ceperat regi dono dedit . Igitur amicitia Masinissae bona atque onesta nobis permansit . Sed imperi vitaeque eius finis idem fuit . Dein Micipsa filius regnum solus obtinuit Mastanabale et Gulussa fratribus morbo absumptis . Is Adherbalem et Hiempsalem ex sese genuit Iugurthamque filium Mastanabalis fratris quem Masinissa quod ortus ex concubina erat privatum dereliquerat eodem cultu quo liberos suos domi habuit

TRADUZIONE
Intendo narrare la guerra combattuta dal popolo romano contro il re dei Numidi Giugurta; in primo luogo perché essa fu lunga, sanguinosa e dall'esito incerto; poi perché allora per la prima volta si fece fronte all'arroganza dei nobili. Questo conflitto, che sconvolse leggi umane e divine, giunse a tale follia, che soltanto la guerra e la devastazione dell'Italia posero fine alle discordie civili. Ma prima di iniziare questa narrazione, mi rifarò un po' indietro, perché il complesso degli avvenimenti risulti più chiaro e comprensibile. Nella seconda guerra punica, in cui il comandante cartaginese Annibale aveva logorato più di ogni altro le forze italiche da quando si era imposta la grandezza del nome di Roma, il re di Numidia Massinissa, riconosciuto nostro alleato da quel Publio Scipione che fu poi detto l'Africano per il suo valore, si era distinto in molte e gloriose azioni di guerra. Perciò, quando furono vinti i Cartaginesi e fu fatto prigioniero Siface, signore in Africa di un vasto e potente impero, il popolo romano fece dono al re di tutte le città e le terre da lui conquistate. Da allora Massinissa fu per noi sicuro e fedele alleato, ma con la sua vita finì anche il suo impero. In seguito regnò da solo suo figlio Micipsa, poiché erano morti di malattia i suoi fratelli Mastanabale e Gulussa. Egli ebbe due figli, Aderbale e Iempsale, e accolse in casa, educandolo come i propri figli, il figlio del fratello Mastanabale, Giugurta, che Massinissa aveva escluso dalla successione perché nato da una concubina


BELLUM IUGURTHINUM - PARAGRAFO 6
Qui ubi primum adolevit pollens viribus decora facie sed multo maxime ingenio validus non se luxu neque inertiae corrumpendum dedit sed uti mos gentis illius est equitare iaculari; cursu cum aequalibus certare et cum omnis gloria anteiret omnibus tamen carus esse; ad hoc pleraque tempora in venando agere leonem atque alias feras primus aut in primis ferire: plurimum facere [et] minimum ipse de se loqui. Quibus rebus Micipsa tametsi initio laetus fuerat existimans virtutem Iugurthae regno suo gloriae fore tamen postquam hominem adulescentem exacta sua aetate et parvis liberis magis magisque crescere intellegit vehementer eo negotio permotus multa cum animo suo voluebat. Terrebat eum natura mortalium avida imperi et praeceps ad explendam animi cupidinem praeterea opportunitas suae liberorumque aetatis quae etiam mediocris viros spe praedae transversos agit ad hoc studia Numidarum in Iugurtham accensa ex quibus si talem virum dolis interfecisset ne qua seditio aut bellum oriretur anxius erat

TRADUZIONE
Costui, divenuto un giovane prestante e di bell'aspetto, ma soprattutto ragguardevole per intelligenza, non si lasciò corrompere dai piaceri e dall'ozio, ma, secondo gli usi della sua gente, cavalcava, lanciava il giavellotto, gareggiava con i coetanei nella corsa: e, benché eccellesse su tutti, a tutti, nondimeno, era caro. Dedicava, inoltre, la maggior parte del suo tempo alla caccia, era il primo o fra i primi a colpire il leone e simili fiere: quanto più agiva, tanto meno parlava di sé. Dapprima Micipsa era stato lieto di tutto questo, pensando che dal valore di Giugurta sarebbe venuta gloria al suo regno; tuttavia, vedendo il prestigio di quel giovane aumentare sempre più, mentre lui era già anziano e i suoi figli ancora piccoli, cominciò a preoccuparsi gravemente di tale fatto, rivolgendo in sé mille pensieri. Lo atterriva la natura umana, avida di potere e pronta a soddisfare le proprie passioni, e inoltre l'opportunità della sua età e di quella dei suoi figli, adatta a traviare, con la speranza di un facile successo, anche gli uomini meno ambiziosi; lo atterriva, infine, il forte affetto dei Numidi per Giugurta, che gli faceva temere l'insorgere di una rivolta o di una guerra civile, se avesse ucciso con l'inganno un tale uomo


BELLUM IUGURTHINUM - PARAGRAFO 7
His difficultatibus circumventus ubi videt neque per vim neque insidiis opprimi posse hominem tam acceptum popularibus quod erat Iugurtha manu promptus et appetens gloriae militaris statuit eum obiectare periculis et eo modo fortunam temptare. Igitur bello Numantino Micipsa cum populo Romano equitum atque peditum auxilia mitteret sperans vel ostentando virtutem vel hostium saevitia facile eum occasurum praefecit Numidis quos in Hispaniam mittebat. Sed ea res longe aliter ac ratus erat evenit. Nam Iugurtha ut erat impigro atque acri ingenio ubi naturam P. Scipionis qui tum Romanis imperator erat et morem hostium cognovit multo labore multaque cura praeterea modestissime parendo et saepe obviam eundo periculis in tantam claritudinem brevi pervenerat ut nostris vehementer carus Numantinis maximo terrori esset. Ac sane quod difficillimum in primis est et proelio strenuos erat et bonus consilio quorum alterum ex providentia timorem alterum ex audacia temeritatem afferre plerumque solet. Igitur imperator omnis fere res asperas per Iugurtham agere in amicis habere magis magisque eum in dies amplecti quippe cuius neque consilium neque inceptum ullum frustra erat. Hoc accedebat munificentia animi atque ingeni sollertia quibus rebus sibi multos ex Romanis familiari amicitia coniunxerat

TRADUZIONE
Fra tante difficoltà, non potendo né con la forza né con l'inganno eliminare quell'uomo così gradito al popolo, pensò, sapendo Giugurta temerario e desideroso di gloria militare, di tentare la fortuna con l'esporlo ai pericoli. Durante la guerra numantina, dunque, Micipsa, nell'inviare truppe ausiliarie di cavalleria e di fanteria ai Romani, lo mise a capo del contingente numidico distaccato in Spagna, sperando che facilmente o per far mostra del proprio valore o per la ferocia dei nemici avrebbe trovato la morte. Ma gli avvenimenti delusero le sue aspettative. Pronto e astuto com'era, Giugurta, quando conobbe il carattere di Publio Scipione, che allora comandava l'esercito romano, e la tattica dei nemici, con la sua attività incessante e la sua grande diligenza, e inoltre obbedendo scrupolosamente e affrontando spesso i pericoli, si conquistò in breve tale reputazione, che divenne ai nostri carissimo, terribile agli occhi dei Numantini. E veramente egli si distingueva, cosa che assai raramente si verifica, per coraggio in battaglia e per saggezza nelle decisioni, mentre nei più l'una, per eccesso di prudenza, genera timore, l'altro, per troppa audacia, temerarietà. Scipione, perciò, si valeva di Giugurta per quasi tutte le imprese più rischiose, lo voleva tra i suoi amici e lo apprezzava di giorno in giorno sempre di più, vedendo che nessuna delle sue decisioni e delle sue iniziative aveva cattivo esito. A queste doti Giugurta univa un animo generoso e un'intelligenza vivace, grazie a cui aveva stretto una familiare amicizia con molti Romani


BELLUM IUGURTHINUM - PARAGRAFO 8
Ea tempestate in exercitu nostro fuere complures novi atque nobiles quibus divitiae bono honestoque potiores erant factiosi domi potentes apud socios clari magis quam honesti qui Iugurthae non mediocrem animum pollicitando accendebant si Micipsa rex occidisset fore uti solus imperi Numidiae potiretur: in ipso maximam virtutem Romae omnia venalia esse. Sed postquam Numantia deleta P. Scipio dimittere auxilia et ipse reverti domum decrevit donatum atque laudatum magnifice pro contione Iugurtham in praetorium abduxit ibique secreto monuit ut potius publice quam privatim amicitiam populi Romani coleret neu quibus largiri insuesceret: periculose a paucis emi quod multorum esset. Si permanere vellet in suis artibus ultro illi et gloriam et regnum venturum; sin properantius pergeret suamet ipsum pecunia praecipitem casurum

TRADUZIONE
I
n quel tempo nel nostro esercito v'erano molti, sia "uomini nuovi" che nobili, i quali apprezzavano assai più le ricchezze della rettitudine e dell'onestà, influenti in patria, potenti presso gli alleati, famosi più che stimati. Questi infiammavano l'animo già tutt'altro che umile di Giugurta, promettendogli spesso che, se fosse venuto a mancare il re Micipsa, il regno di Numidia sarebbe toccato a lui solo: d'altronde egli aveva tutte le qualità necessarie e a Roma tutto era in vendita. Ma quando, distrutta Numanzia, Publio Scipione decise di congedare le truppe ausiliarie e di ritornare in patria, dapprima al cospetto dell'esercito ricompensò e lodò splendidamente Giugurta, poi, condottolo nel pretorio, in privato gli consigliò di coltivare l'amicizia del popolo romano pubblicamente piuttosto che privatamente e di non abituarsi a elargire denaro ad alcuno: è un rischio comprare da pochi ciò che appartiene a molti. Se avesse continuato nella via intrapresa, gloria e regno gli sarebbero venuti da soli; se invece avesse avuto troppa fretta, proprio il suo denaro lo avrebbe fatto cadere in rovina


BELLUM IUGURTHINUM - PARAGRAFO 9
Sic locutus cum litteris eum quas Micipsae redderet dimisit. Earum sententia haec erat: "Iugurthae tui in bello Numantino longe maxima virtus fuit quam rem tibi certo scio gaudio esse. Nobis ob merita sua carus est; ut idem senatui et populo Romano sit summa ope nitemur. Tibi quidem pro nostra amicitia gratulor. Habes virum dignum te atque auo suo Masinissa. Igitur rex ubi ea quae fama acceperat ex litteris imperatoris ita esse cognovit cum virtute tum gratia viri permotus flexit animum suum et Iugurtham beneficiis vincere aggressus est statimque eum adoptauit et testamento pariter cum filiis heredem instituit. Sed ipse paucos post annos morbo atque aetate confectus cum sibi finem vitae adesse intellegeret coram amicis et cognatis itemque Adherbale et Hiempsale filiis dicitur huiusce modi verba cum Iugurtha habuisse

TRADUZIONE
Parlatogli così, lo congedò con una lettera per Micipsa, il cui tenore era questo: «Il valore del tuo Giugurta nella guerra di Numanzia è stato davvero senza pari: il che, sono certo, ti farà piacere. Egli mi è caro per i suoi meriti e sarà mia cura che lo sia altrettanto al Senato e al popolo romano. Per l'amicizia che ci lega, mi congratulo con te, perché hai un uomo veramente degno di te e di Massinissa, suo avo». Ora, poiché il re vide che le voci già pervenutegli erano confermate dalla lettera di Scipione, vinto ormai dal valore ma anche dalla popolarità del nipote, mutò il suo proposito: volle cattivarsi Giugurta con benefici. Così l'adottò immediatamente e nel testamento lo nominò suo erede alla pari dei figli. Pochi anni dopo, prostrato dagli anni e dal male, sentendosi ormai alla fine della vita, si dice che, alla presenza di amici e parenti e anche dei suoi figli Aderbale e Iempsale, si rivolgesse a Giugurta pressappoco con queste parole


BELLUM IUGURTHINUM - PARAGRAFO 10
"Paruum ego te Iugurtha amisso patre sine spe sine opibus in meum regnum accepi existimans non minus me tibi quam liberis si genuissem ob beneficia carum fore. Neque ea res falsum me habuit. Nam ut alia magna et egregia tua omittam novissime rediens Numantia meque regnumque meum gloria honorauisti tuaque virtute nobis Romanos ex amicis amicissimos fecisti. In Hispania nomen familiae renovatum est. Postremo quod difficillimum inter mortalis est gloria invidiam vicisti. Nunc quoniam mihi natura finem vitae facit per hanc dexteram per regni fidem moneo obtestorque te uti hos qui tibi genere propinqui beneficio meo fratres sunt caros habeas neu malis alienos adiungere quam sanguine coniunctos retinere. Non exercitus neque thesauri praesidia regni sunt verum amici quos neque armis cogere neque auro parare queas: officio et fide pariuntur. Quis autem amicior quam frater fratri? Aut quem alienum fidum invenies si tuis hostis fueris? Equidem ego vobis regnum trado firmum si boni eritis sin mali inbecillum. Nam concordia paruae res crescunt discordia maximae dilabuntur. Ceterum ante hos te Iugurtha qui aetate et sapientia prior es ne aliter quid eveniat prouidere decet. Nam in omni certamine qui opulentior est etiam si accipit iniuriam tamen quia plus potest facere videtur. Vos autem Adherbal et Hiempsal colite obseruate talem hunc virum imitamini virtutem et enitimini ne ego meliores liberos sumpsisse videar quam genuisse."

TRADUZIONE
«Eri ancora piccolo, Giugurta, orfano di padre, privo di speranze e di fortuna quando io ti accolsi nel mio regno, convinto che per i miei benefici mi avresti amato non meno dei miei figli, se ne avessi generato. E non mi sono ingannato, perché, tralasciando pure altre tue grandi e nobili imprese, ultimamente, ritornando da Numanzia, hai coperto di gloria me e il mio regno: per il tuo valore i Romani da amici ci sono diventati amicissimi. In Spagna il nome della nostra famiglia si è rinverdito. E infine, cosa difficilissima tra gli uomini, con la tua gloria hai vinto l'invidia. Ora, poiché per legge inevitabile di natura la mia vita è al termine, io ti prego e ti scongiuro, per questa destra e per la fedeltà alla corona, di avere cari questi, che ti sono per nascita cugini e per mia benevola scelta fratelli, e di non voler cercare l'amicizia degli estranei anziché conservare quella dei congiunti per sangue. Non gli eserciti né i tesori sono il sostegno del regno, ma gli amici, che non si ottengono con le armi, né si comprano con l'oro: si acquistano con i benefici e la lealtà. E chi è più amico del fratello al fratello? O quale estraneo troverai fedele, essendo nemico dei tuoi? Io vi lascio un regno stabile, se sarete retti, debole se malvagi. La concordia, infatti, fa prosperare i piccoli stati, la discordia fa crollare anche i più grandi. Nondimeno, più che a loro, spetta a te, Giugurta, che li precedi per età e per senno, di provvedere che non accada altrimenti, perché in ogni contesa il più forte, anche se ha subito il torto, siccome può di più, pare che lo abbia fatto. Ma voi, Aderbale e Iempsale, rispettate e onorate un uomo come questo: imitandone la virtù cercate di dimostrare che io non ho adottato figli più capaci di quelli che ho generato».

 
 
 
 
   

 
 

Altre pagine del sito:

 
  ..:: Home Page
  ..:: Cultura e Scuola
  ..:: Latino
  ..:: Sallustio
 
 
 

Azioni sulla pagina:

 
  ..:: Torna indietro
  ..:: Stampa pagina
  ..:: Aggiungi ai Preferiti
  ..:: Imposta come Home Page
  ..:: Consiglia ad un amico
  ..:: Segnala un errore
 
 
 

Pubblicità:

 
 
 
 
 

 

 

 

 

 

 

 
 
 

Pubblicità:

 
 
 
 
 

 

 

 

 

 

 

 
 
 

Pubblicità:

 
 
 
 
 

 

 

 

 

 

 

 
 
 

Pubblicità:

 
 
 
 
 

 

 

 

 

 

 

 
 
 

Pubblicità:

 
 
 
 
 

 

 

 

 

 

 

 
 
 

Pubblicità:

 
 
 
 
 

 

 

 

 

 

 

 
 
 

Pubblicità:

 
 
 
 
 

 

   
  ..:: Torna in alto
   

 
 

GiuCat.it © 2009 - Tutti i diritti riservati

Scambio link/banner  ●  Pubblicità  ●  Statistiche  ●  Disclaimer  ●  Mappa  ●  Credits