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IMMAGINE |
NOME |
ANNO |
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Adorazione |
1482 |
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Annunciazione |
1475 |
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Autoritratto |
1513 |
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Bacco |
1515 |
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Battesimo di Cristo |
1478 |
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Dama con l'ermellino |
1490 |
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Gioconda |
1506 |
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Madonna del garofano |
1478 |
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Ultima cena |
1497 |
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Leonardo di ser Piero da Vinci (Vinci, 15 aprile
1452 – Amboise, 2 maggio 1519) è stato un artista e
scienziato italiano. Uomo d'ingegno e talento
universale del Rinascimento italiano, incarnò in
pieno lo spirito universalista della sua epoca,
portandolo alle maggiori forme di espressione nei
più disparati campi dell'arte e della conoscenza. Fu
pittore, scultore, architetto, ingegnere,
anatomista, letterato, musicista e inventore, ed è
considerato uno dei più grandi geni dell'umanità.
Leonardo fu figlio naturale di Caterina e del notaio
ser Piero da Vinci, di cui non è noto il casato; il
nonno paterno Antonio, anch'egli notaio, scrisse in
un suo registro: «Nacque un mio nipote, figliolo di
ser Piero mio figliolo a dì 15 aprile in sabato a
ore 3 di notte [ attuali 22.30 ]. Ebbe nome Lionardo.
Battizzollo prete Piero di Bartolomeo da Vinci, in
presenza di Papino di Nanni, Meo di Tonino, Pier di
Malvolto, Nanni di Venzo, Arigo di Giovanni Tedesco,
monna Lisa di Domenico di Brettone, monna Antonia di
Giuliano, monna Niccolosa del Barna, monna Maria,
figliuola di Nanni di Venzo, monna Pippa di
Previcone». Nel registro non è indicato il luogo di
nascita di Leonardo, che si ritiene comunemente
essere la casa che la famiglia di ser Piero
possedeva, insieme con un podere, ad Anchiano, dove
la madre di Leonardo andrà ad abitare.
Quello stesso anno il padre Piero si sposò con
Albiera Amadori, dalla quale non avrà figli e
Leonardo fu allevato molto presto, ma non sappiamo
esattamente quando, nella casa paterna di Vinci,
come attestano le note dell'anno 1457 del catasto di
Vinci, ove si riporta che il detto Antonio aveva 85
anni e abitava nel popolo di Santa Croce, marito di
Lucia, di anni 64, e aveva per figli Francesco e
Piero, d'anni 30, sposato ad Albiera, ventunenne, e
con loro convivente era «Lionardo figliuolo di detto
ser Piero non legiptimo nato di lui e della Chataria
al presente donna d'Achattabriga di Piero del Vacca
da Vinci, d'anni 5».
Nel 1462, a dire del Vasari, il piccolo Leonardo era
a Firenze con il padre Piero che avrebbe mostrato
all'amico Andrea del Verrocchio alcuni disegni di
tale fattura che avrebbero convinto il maestro a
prendere Leonardo nella sua bottega già frequentata
da futuri artisti del calibro di Botticelli,
Ghirlandaio, Perugino e Lorenzo di Credi; in realtà,
l'ingresso di Leonardo nella bottega del Verrocchio
fu posteriore.
La matrigna Albiera morì molto presto e il nonno
Antonio morì novantaseienne nel 1468: negli atti
catastali di Vinci Leonardo, che ha 17 anni, risulta
essere suo erede insieme con la nonna Lucia, il
padre Piero, la nuova matrigna Francesca Lanfredini,
e gli zii Francesco e Alessandra. L'anno dopo la
famiglia del padre, divenuto notaio della Signoria
fiorentina, insieme con quella del fratello
Francesco, che era iscritto nell'Arte della seta,
risulta domiciliata in una casa fiorentina,
abbattuta già nel Cinquecento, nell'attuale via dei
Gondi. Nel 1469 o 1470 Leonardo fu apprendista nella
bottega di Verrocchio.
Nella Compagnia dei pittori fiorentini di San Luca
Leonardo fu menzionato per la prima volta nel 1472:
«Lyonardo di ser Piero da Vinci dipintore de' dare
per tutto giugnio 1472 sol. sei per la gratia fatta
di ogni suo debito avessi coll'Arte per insino a dì
primo di luglio 1472 [...] e de' dare per tutto
novembre 1472 sol. 5 per la sua posta fatta a dì 18
octobre 1472»
Il 5 agosto 1473 Leonardo data la sua prima opera
certa, il disegno con una veduta a volo d'uccello
della valle dell'Arno, oggi agli Uffizi. Intorno a
quest'anno dovrebbe essere datato anche l'angelo, in
primo piano a destra, e il paesaggio del Battesimo
di Cristo degli Uffizi; il complesso dell'opera è
stato attribuito a Botticini, a Verrocchio e a
Botticelli.
Proviene dalla bottega del Verrocchio la
contemporanea Annunciazione degli Uffizi, ma sulla
sua paternità – se pure può considerarsi di unica
mano – la critica si è divisa fra i nomi degli
allievi Leonardo e Domenico Ghirlandaio. Ma l'Angelo
annunciante appare prossimo alla fattura dell'angelo
del Battesimo ed esistono due disegni certi di
Leonardo, uno Studio di braccio alla Christ Church
di Oxford e uno Studio di drappeggio al Louvre che
fanno preciso riferimento, rispettivamente,
all'arcangelo e alla Vergine: se vi è nel dipinto
semplificazione e convenzionalità di composizione,
queste possono ben essere attribuite alla relativa
inesperienza e alla necessità di concludere,
esigenza lontana dal suo spirito, un'opera della
quale non poteva attribuirsi la piena
responsabilità.
Dal 1474 al 1478 risalgono il Ritratto di donna di
Washington, identificata con Ginevra Benci - così si
spiega il ginepro dipinto alle sue spalle - nata nel
1457 e andata sposa il 15 gennaio 1474 a Luigi di
Bernardo di Lapo Nicolini, e la Madonna Benois di
San Pietroburgo, opera che il Bocchi, nel 1591,
menzionava nella casa fiorentina di Matteo e
Giovanni Botti, «tavoletta colorita a olio di mano
di Leonardo da Vinci, di eccessiva bellezza, dove è
dipinta una Madonna con sommo artifizio et con
estrema diligenza; la figura di Cristo, che è
bambino, è bella a maraviglia: si vede in quello un
alzar del volto singolare et mirabile lavorato nella
difficultà dell'attitudine con felice agevolezza»,
descrizione che potrebbe riferirsi anche alla
Madonna del garofano di Monaco di Baviera, che per
l'originalità compositiva e la ricerca del rilievo
appare svincolata da ogni influsso della bottega del
Verrocchio.
L'8 aprile 1476 venne presentata una denuncia
anonima contro diverse persone, tra le quali
Leonardo, per sodomia consumata verso il
diciassettenne Jacopo Saltarelli. Anche se nella
Firenze dell'epoca c'era una certa tolleranza verso
l'omosessualità, la pena prevista in questi casi era
severissima, addirittura il rogo. Oltre a Leonardo,
tra gli altri inquisiti vi erano Bartolomeo di
Pasquino e soprattutto Leonardo Tornabuoni, giovane
rampollo della potentissima famiglia fiorentina dei
Tornabuoni, imparentata con i Medici. Secondo certi
studiosi fu proprio il coinvolgimento di
quest'ultimo che avrebbe giocato a favore degli
accusati. Il 7 giugno, l'accusa venne archiviata e
gli imputati furono tutti assolti "cum conditione ut
retumburentur", salvo che non vi siano altre denunce
in merito.
Ormai pittore indipendente, il 10 gennaio 1478
ricevette il primo incarico pubblico, una pala per
la cappella di San Bernardo nel palazzo della
Signoria; incassò dai Priori 25 fiorini ma forse non
iniziò nemmeno il lavoro, affidato allora nel 1483 a
Domenico Ghirlandaio e poi a Filippino Lippi, che lo
completò nel 1485; quello stesso anno scrive di aver
cominciato due dipinti della Vergine, uno dei quali
si pensa possa essere la Madonna Benois.
Ancora al 1478 è datata la piccola Annunciazione del
Louvre, probabilmente parte della predella della
Madonna con Bambino e santi di Lorenzo di Credi del
Duomo di Pistoia, che avrebbe compreso anche la
Nascita del Bambino del Perugino, ora all'Art
Gallery di Liverpool e il San Donato e il gabelliere
dello stesso Lorenzo, ora all'Art Museum di
Worcester. L'unità di composizione, la coerenza e
l'individualità della piccola tavola, posteriore ma
lontana dall'Annunciazione di Firenze, ne confermano
l'attribuzione concorde a Leonardo. Intanto, almeno
dal 1479 non viveva più nella famiglia del padre
Piero, come attesta un documento del catasto
fiorentino.
Un disegno di impiccato, con annotazioni, conservato
al Musée Bonnat di Bayonne, viene collegato
all'impiccagione, avvenuta a Firenze il 29 dicembre
1479, di Bernardo Bandini, sicario di Giuliano de'
Medici. Nel 1480, secondo l'Anonimo Gaddiano,
Leonardo «stette [...] col Magnifico Lorenzo et,
dandoli provisione per sé, il faceva lavorare nel
giardino sulla piazza di San Marco a Firenze»:
l'acquisto del terreno da parte di Lorenzo fu di
quell'anno e pertanto Leonardo dovette eseguirvi
lavori di scultura e restauro.
Se dell'incompiuto San Gerolamo della Pinacoteca
Vaticana non si ha nessuna testimonianza
documentaria, dell'Adorazione dei Magi, ora agli
Uffizi, si sa che gli fu commissionata nel marzo
1481 dai monaci di San Donato a Scopeto, come pala
dell'altare maggiore, da compiere entro trenta mesi;
ma Leonardo non la consegnò mai e fu sostituita con
un dipinto dello stesso soggetto, opera di Filippino
Lippi.
L'opera, rimasta allo stato di abbozzo, in
giallolino e bistro, fu lasciata da Leonardo, in
partenza per Milano, all'amico Amerigo Benci, il
padre di Ginevra, nel 1482.
In essa «nulla rimane dell'Epifania tradizionale,
e ai pastori e ai re è sostituita la più vasta
moltitudine delle mani, dei volti intensamente
caratterizzati, dei panni guizzanti da un lato fuori
dalle ombre della siepe umana, succhiati dall'altro
da un sospeso pulviscolo luminoso. Non sono magi,
non sono guardiani d'armenti: sono le creature
viventi, tutte le creature con la fede e col dubbio,
con le passioni e con le rinunce della vita,
aureolate dalla luce creatrice di questo capolavoro
in cui il colore non avrebbe luogo» (Angela
Ottino).
Fra la primavera e l'estate del 1482 Leonardo si
trovava a Milano, una delle poche città in Europa a
superare i centomila abitanti, al centro di una
regione popolosa e produttiva. Egli decise di
recarsi a Milano perché si rese conto che le potenti
signorie avevano sempre più bisogno di nuove armi
per le guerre interne, e riteneva i suoi progetti in
materia degni di nota da parte del ducato di Milano,
già alleato coi Medici.
«Aveva trent'anni» – scrive l'Anonimo – «che dal
detto Magnifico Lorenzo fu mandato al duca di Milano
a presentarli insieme con Atalante Migliorati una
lira, che unico era in suonare tale strumento». È a
Milano che Leonardo scrisse la cosiddetta lettera
d'impiego a Ludovico il Moro, descrivendo
innanzitutto i suoi progetti di apparati militari,
di opere idrauliche, di architettura, e solo alla
fine, di pittura e scultura, tra cui il progetto di
un cavallo di bronzo per un monumento a Francesco
Sforza.
Il 25 aprile 1483, con i fratelli pittori
Evangelista e Giovanni Ambrogio De Predis, da una
parte, e Bartolomeo Scorione, priore della
Confraternita milanese dell'Immacolata Concezione,
dall'altra, stipulò il contratto per una pala da
collocare sull'altare della cappella della
Confraternita nella chiesa di San Francesco Grande;
è il primo documento, relativo alla Vergine delle
rocce, che attesta la sua presenza a Milano, ospite
dei fratelli De Predis a Porta Ticinese. Il
contratto prevedeva tre dipinti, da finire entro l'8
dicembre, da collocarsi in una grande ancona per un
compenso complessivo di 800 lire da pagarsi a rate
fino al febbraio 1485. La tavola centrale avrebbe
dovuto rappresentare una Madonna col Bambino con due
profeti e angeli, le altre due, quattro angeli
cantori e musicanti.
In una supplica a Ludovico il Moro, databile al
1493, dalla quale si evince che l'opera era stata
compiuta almeno entro il 1490 – ma la critica la
considera comunque finita entro il 1486 – Leonardo e
Ambrogio De Predis (Evangelista morì alla fine del
1490 o all'inizio del 1491) chiedevano un conguaglio
di 1200 lire, rifiutato dai frati. La lite
giudiziaria si trascinò fino al 27 aprile 1506,
quando i periti stabilirono che la tavola era
incompiuta e, stabiliti due anni per terminare il
lavoro, concessero un conguaglio di 200 lire; il 23
ottobre 1508 Ambrogio incassò l'ultima rata e
Leonardo ratificò il pagamento.
Sembrerebbe che Leonardo, dato il mancato pagamento
delle 1.200 lire da parte della Confraternita,
avesse venduto per 400 lire la tavola, ora al
Louvre, al re di Francia Luigi XII, mettendo a
disposizione, durante la lite giudiziaria, una
seconda versione de La Vergine delle Rocce, che
rimase in San Francesco Grande fino allo
scioglimento della Confraternita nel 1781 ed è ora
conservata alla National Gallery di Londra, insieme
con le due tavole del De Predis. Per completezza va
detto che non per tutti l'esemplare di Londra e' di
Leonardo, per alcuni, fra cui Carlo Pedretti, pur
abbozzato dal maestro, fu condotto con l'ausilio
degli allievi: che possa essere intervenuto Ambrogio
de' Predis per completare l'opera e' plausibile.
Intanto, nel 1485 Ludovico il Moro gli aveva
commissionato un dipinto da inviare in dono al re
d'Ungheria Mattia Corvino. Nei due anni successivi
ricevette pagamenti per il progetto del tiburio del
duomo di Milano. Nei primi mesi del 1489 si occupò
delle decorazioni, nel Castello Sforzesco, per le
nozze di Gian Galeazzo Sforza e Isabella d'Aragona,
presto interrotti per la morte della madre della
sposa, Ippolita d'Aragona, e scrisse sul libro
titolato de figura umana. Il 22 luglio Pietro
Alamanni comunicò a Lorenzo il Magnifico la
richiesta di Leonardo di ottenere la collaborazione
di fonditori in bronzo fiorentini: «un maestro o due
apti a tale opera et benché gli abbi commesso questa
cosa in Leonardo da Vinci, non mi pare molto la
sappia condurre».
Il 13 gennaio 1490 riprendevano i festeggiamenti per
le nozze Sforza-Aragona, nei quali, scrisse il poeta
Bernardo Bellincioni nel 1493, «si era fabricato,
con il grande ingegno et arte di Maestro Leonardo da
Vinci fiorentino, il paradiso con tutti li sette
pianeti che giravano e li pianeti erano
rappresentati da uomini»; il 21 giugno andò a Pavia
insieme con Francesco di Giorgio Martini, su
richiesta dei fabbricieri del Duomo. Intorno
all'ultimo decennio del secolo risalgono gli
importanti dipinti a cavalletto della Madonna Litta
di San Pietroburgo, del Ritratto di musico (Josquin
des Prez o Franchino Gaffurio) alla Pinacoteca
Ambrosiana, del Ritratto di donna, detto La Belle
Ferronnière del Louvre e della Dama con l'ermellino
(Ritratto di Cecilia Gallerani), di Cracovia.
Nel 1490 prese al suo servizio Gian Giacomo Caprotti,
da Oreno, di dieci anni, detto Salai – diavolo, un
soprannome tratto dal Morgante del Pulci - che
Leonardo definirà "ladro, bugiardo, ostinato,
ghiotto", ma tratterà sempre con indulgenza. Curò i
festeggiamenti per le nozze di Ludovico il Moro e
Beatrice d'Este e per quelle di Anna Maria Sforza e
Alfonso I d'Este.
Nel 1493, per un tratto al seguito del corteo che
accompagna in Germania Bianca Maria Sforza, sposa
dell'imperatore Massimiliano d'Asburgo, si recò sul
Lago di Como (dove studiò la celebre fonte
intermittente presso la villa Pliniana, a Torno),
visitò la Valsassina, la Valtellina e la
Valchiavenna. Il 13 luglio sembra aver ricevuto la
visita della madre Caterina; eseguì in creta la
statua equestre per Francesco Sforza, la cui fusione
fallì l'anno dopo.
Iniziò nel 1495 l'Ultima Cena, nel refettorio di
Santa Maria delle Grazie e la decorazione dei
camerini in Castello Sforzesco che interruppe nel
1496; a quest'anno, da una sua nota di spese per una
sepoltura, si è dedotta la morte della madre.
Il novelliere Matteo Bandello, che ben conosce
Leonardo, scrisse di averlo spesso visto «la matina
a buon'hora a montar su'l ponte, perché il Cenacolo
è alquanto da terra alto; soleva dal nascente Sole
sino all'imbrunita sera non levarsi mai il pennello
di mano, ma scordatosi il mangiare et il bere, di
continovo dipingere. Se ne sarebbe poi stato dui,
tre e quattro dì, che non v'averebbe messo mano, e
tuttavia dimorava talhora una o due ore al giorno e
solamente contemplava, considerava et essaminando
tra sé, le sue figure giudicava. L'ho anche veduto
(secondo che il capriccio o ghiribizzo lo toccava)
partirsi da mezzogiorno, quando il Sole è in Leone,
da Corte vecchia» - sul luogo dell'attuale Palazzo
Reale - «ove quel stupendo Cavallo di terra
componeva, e venirsene dritto a le Gratie: et asceso
sul ponte pigliar il pennello, et una o due
pennellate dar ad una di quelle figure e di subito
partirse et andare altrove».
A Milano Leonardo trascorse il periodo più lungo
della sua vita, quasi 20 anni. Sebbene all'inizio
della sua permanenza egli debba aver incontrato
diverse difficoltà con la lingua parlata dal popolo
(ai tempi la lingua italiana quale "toscano medio"
non esisteva, tutti parlavano solo il proprio
dialetto), gli esperti ritrovano nei suoi scritti
risalenti alla fine di questo periodo addirittura
dei "lombardismi".
Del 2 ottobre 1498 è l'atto notarile col quale
Ludovico il Moro gli donò una vigna tra i monasteri
di Santa Maria delle Grazie e San Vittore. Nel marzo
1499 si sarebbe recato a Genova insieme con
Ludovico, sul quale si addensava la tempesta della
guerra che egli stesso aveva contribuito a
provocare; mentre il Moro era a Innsbruck, cercando
invano di farsi alleato l'imperatore Massimiliano,
Luigi XII conquistò Milano il 6 ottobre 1499. Il 14
dicembre Leonardo fece depositare 600 fiorini nello
Spedale di Santa Maria Nuova a Firenze e abbandonò
Milano con Salai e il matematico Luca Pacioli,
soggiornando prima a Vaprio d'Adda, presso Bergamo,
nella villa di Francesco Melzi poi, passando per
Mantova, ospite di Isabella d'Este, della quale
eseguì due ritratti a carboncino, giunse a Venezia
nel marzo 1500.
Nell'aprile 1501 fu a Firenze, ospite dei frati
Serviti nella Santissima Annunziata; qui disegnò il
primo cartone della Sant'Anna, la Madonna, il
Bambino e san Giovannino, ora a Londra; in due
lettere, Isabella d'Este chiese al carmelitano
Pietro di Nuvolaria un ritratto da Leonardo o, in
subordine, «un quadretto de la Madonna devoto e
dolce como è il suo naturale», ma il frate le
rispose che «li suoi isperimenti matematici l'hanno
distratto tanto dal dipingere che non può patire il
pennello».
Passato alle dipendenze di Cesare Borgia come
architetto e ingegnere, lo seguì nel 1502 nelle
guerre portate da questi in Romagna; in agosto
soggiornò a Pavia, e ispezionò le fortezze lombarde
del Borgia. Dal marzo 1503 fu nuovamente a Firenze,
dove iniziò La Gioconda e una perduta Leda; ad
aprile ricevette l'incarico dell'affresco della
Battaglia di Anghiari nel Salone dei Cinquecento di
Palazzo Vecchio e a luglio fu a Pisa, assediata dai
fiorentini, insieme a Gerolamo da Filicaja e
Alessandro degli Albizi per studiare la deviazione
del fiume Arno e impantanare alcune zone limitrofe
alla città.
In questo periodo probabilmente dipinse la Gioconda.
Portata con sé in Francia, fu vista ancora nel
Castello di Cloux, residenza di Leonardo, e
descritta da Antonio de Beatis, il 10 ottobre 1517,
come «certa donna Fiorentina, facta di naturale ad
istantia di quondam magnifico Juliano de' Medici»,
mentre Cassiano del Pozzo a Fontainebleau, nel 1625,
scrive di «un ritratto della grandezza del vero, in
tavola, incorniciato di noce intagliato, a mezza
figura ed è ritratto di tal Gioconda. Questa è la
più completa opera che di questo autore si veda,
perché dalla parola in poi altro non gli manca».
Identificata tradizionalmente come Lisa Gherardini,
nata nel 1479, moglie di Francesco Bartolomeo del
Giocondo, il dipinto, considerato il ritratto più
famoso del mondo, non è tanto o soltanto un
ritratto. Come il paesaggio che le sta alle spalle
non è soltanto un paesaggio, reale o fantastico, ma
è la natura, nel suo aspetto solido, liquido,
atmosferico, così la figura è l'elemento umano della
natura, è natura umanizzata: la straordinarietà del
dipinto non sta nella bellezza individuale della
donna ritratta - che infatti non è particolarmente
bella in sé - ma nell'aver individuato nella figura
umana la realizzazione dello sviluppo della natura,
che da quella non si distingue ma si dà come parte
preminente di essa. Il famoso sorriso può così
semplicemente intendersi come consapevolezza di sé,
in quanto essere naturale in armonia ed equilibrio
in una realtà che ha la sua stessa sostanza.
Così, per il De Tolnay, «nella Gioconda, l'individuo
- una sorta di miracolosa creazione della natura -
rappresenta al tempo stesso la specie: il ritratto,
superati i limiti sociali, acquisisce un valore
universale. Leonardo ha lavorato a quest'opera sia
come ricercatore e pensatore sia come pittore e
poeta; e tuttavia il lato filosofico-scientifico
restò senza seguito. Ma l'aspetto formale -
l'impaginazione nuova, la nobiltà dell'atteggiamento
e la dignità del modello che ne deriva - ebbe
un'azione risolutiva sul ritratto fiorentino delle
due decadi successive [...] Leonardo ha creato con
la Gioconda una formula nuova, più monumentale e al
tempo stesso più animata, più concreta, e tuttavia
più poetica di quella dei suoi predecessori. Prima
di lui, nei ritratti manca il mistero; gli artisti
non hanno raffigurato che forme esteriori senza
l'anima o, quando hanno caratterizzato l'anima
stessa, essa cercava di giungere allo spettatore
mediante gesti, oggetti simbolici, scritte. Solo
nella Gioconda emana un enigma: l'anima è presente
ma inaccessibile».
Il 9 luglio 1504 morì il padre Piero; Leonardo
annotò più volte la circostanza, in apparente
agitazione: «Mercoledì a ore 7 morì Ser Piero da
Vinci, a dì 9 luglio 1504, mercoledì vicino alle ore
7» e ancora, «Addì 9 di luglio 1504 in mercoledì a
ore 7 morì Piero da Vinci notaio al Palagio del
Podestà, mio padre, a ore 7. Era d'età d'anni 80.
Lasciò 10 figlioli maschi e due femmine». Il padre
non lo fece erede e, contro i fratelli che gli
opponevano l'illegittimità della sua nascita,
Leonardo chiese invano il riconoscimento delle sue
ragioni: dopo la causa giudiziale da lui promossa,
solo il 30 aprile 1506 avvenne la liquidazione
dell'eredità di Piero da Vinci, dalla quale Leonardo
fu escluso.
Fece parte della commissione che doveva decidere
dove collocare il David di Michelangelo e ricevette
pagamenti dalla Repubblica fiorentina per la
Battaglia di Anghiari fino al febbraio 1505:
preparato il cartone, sulla scorta delle notizie
ricavate dalla Historia naturalis di Plinio il
Vecchio, tentò un encausto; preparò il muro a stucco
della Sala di Palazzo Vecchio ove riprodurre
l'opera, ma il fuoco acceso, che doveva fissare la
sua Battaglia, non fu sufficiente e i colori
colarono sulla parete. Perduto il cartone, le ultime
tracce dell'opera furono probabilmente coperte nel
1557 dagli affreschi del Vasari.
Ritornò a Milano – dove era già stato dal giugno
all'ottobre 1506 e dal gennaio al settembre 1507,
occupandosi fra l'altro del progetto di una statua
equestre in onore di Gian Giacomo Trivulzio – nel
settembre 1508 abitando nei pressi di San Babila;
ottenne per quasi un anno una provvigione di 390
soldi e 200 franchi dal re di Francia. Il 28 aprile
1509 scrisse di aver risolto il problema della
quadratura dell'angolo curvilineo e l'anno dopo andò
a studiare anatomia con Marcantonio della Torre,
giovanissimo professore dell'università di Pavia,
allo scopo, scrisse, di dare «la vera notizia della
figura umana, la quale è impossibile che gli antivhi
e i moderni scrittori ne potessero mai dare vera
notizia, sanza un'immensa e tediosa e confusa
lunghezza di scrittura e di tempo; ma, per questo
per questo brevissimo modo di figurarla» - ossia
rappresentandola direttamente con disegni, «se ne
darà piena e vera notizia. E acciò che tal benefizio
ch'io do agli uomini non vada perduto, io insegno il
modo di ristamparlo con ordine».
Il 24 settembre 1514 partì per Roma insieme con
Francesco Melzi e Salai; essendo intimo amico di
Giuliano de' Medici, fratello del papa Leone X,
ottenne di alloggiare negli appartamenti del
Belvedere al Vaticano. Non ottenne commissioni
pubbliche e se pure ebbe modo di rivedere Bramante e
Giuliano di Sangallo, che si stavano occupando della
fabbrica di San Pietro, Raffaello, che affrescava
gli appartamenti papali, e forse anche Michelangelo,
dal quale lo divideva un'antica inimicizia, attese
solo ai suoi studi di meccanica, di ottica e di
geometria e cercò fossili sul vicino Monte Mario, ma
si lamentò con Giuliano che gli venissero impediti i
suoi studi di anatomia nell'Ospedale di Santo
Spirito.
Si occupò del prosciugamento delle Paludi pontine, i
cui lavori erano stati appaltati da Giuliano de'
Medici - e il suo progetto venne approvato da Leone
X il 14 dicembre 1514, ma non fu eseguito per la
morte tanto di Giuliano che del papa di lì a pochi
anni - e della sistemazione del porto di
Civitavecchia.
Secondo il Vasari, durante questa sua breve
permanenza a Roma, fece «per messer Baldassarre
Turini da Pescia, che era datario di Leone, un
quadretto di una Nostra Donna col figliuolo in
braccio con infinita diligenza e arte» e ritrasse
«un fanciulletto che è bello e grazioso a maraviglia,
che sono tutti e due a Pescia», ma delle due
opere si è persa ogni traccia, unitamente alla Leda,
celebre al tempo, e vista ancora da Cassiano del
Pozzo nel 1623 a Fontainebleau: «una Leda in piedi,
quasi tutta ignuda, col cigno e due uova al piè
della figura».
A Roma cominciò anche a lavorare a un vecchio
progetto, quello degli specchi ustori che dovevano
servire a convogliare i raggi del sole per
riscaldare una cisterna d'acqua, utile alla
propulsione delle macchine. Il progetto però
incontrò diverse difficoltà soprattutto perché
Leonardo non andava d'accordo con i suoi lavoranti
tedeschi, specialisti in specchi, che erano stati
fatti arrivare apposta dalla Germania.
Contemporaneamente erano ripresi i suoi studi di
anatomia, già iniziati a Firenze e Milano, ma questa
volta le cose si complicarono: una lettera anonima,
inviata probabilmente per vendetta dai due lavoranti
tedeschi, lo accusò di stregoneria. In assenza della
protezione di Giuliano de' Medici e di fronte ad una
situazione fattasi pesante, Leonardo si trovò
costretto, ancora una volta, ad andarsene. Questa
volta aveva deciso di lasciare l'Italia. Era
anziano, aveva bisogno di tranquillità e di qualcuno
che lo apprezzasse e lo aiutasse.
L'ultima notizia del suo periodo romano data
all'agosto 1516, quando misurava le dimensioni della
Basilica di San Paolo; nel 1517 Francesco I di
Francia lo invitò nel suo paese, dove in maggio,
insieme con Francesco Melzi e il servitore Battista
de Vilanis, alloggiò nel castello di Clos-Lucé,
vicino ad Amboise, onorato del titolo di premier
peintre, architecte, et mecanicien du roi e di una
pensione di 5000 scudi.
L'alta considerazione di cui godette è dimostrata
anche dalla visita ricevuta, il 10 ottobre, del
cardinale d'Aragona e del suo seguito: Leonardo gli
mostra «tre quadri, uno di certa donna Fiorentina
facta di naturale ad istantia del quondam mag.co
Juliano de Medici, l'altro de San Joane Bap.ta
giovane et uno de la Madona et del figliolo che stan
posti in grembo di S.ta Anna tucti perfectissimi, et
del vero che da lui per esserli venuta certa
paralesi ne la dextra, non se ne può expectare più
bona cosa. Ha ben facto un creato Milanese chi
lavora assai bene, et benché il p.to M. Lunardo non
possa colorir con quella dulceza che solea, pur
serve a far disegni et insegnar ad altri. Questo
gentilhomo ha composto de notomia tanto
particularmente con la demonstratione de la pictura
sì de membri come de muscoli, nervi, vene, giunture,
d'intestini tanto di corpi de homini che de done, de
modo non è stato mai facto anchora da altra persona
[...] Ha anche composto la natura de l'acque, de
diverse machine et altre cose, secondo ha riferito
lui, infinità di volumi et tucti in lingua vulgare,
quali se vengono in luce saranno proficui et molto
dilectevoli».
Progettò il palazzo reale di Romorantin, che
Francesco I intendeva erigere per la madre Luisa di
Savoia: era il progetto di una cittadina, per la
quale prevedette lo spostamento di un fiume che
l'arricchisse d'acque e fertilizzi la vicina
campagna: «El fiume di mezzo non riceva acqua
torbida, ma tale acqua vada per li fossi di fori
della terra, con quattro molina dell'entrata e
quattro all'uscita [...] il fiume di Villafranca sia
condotto a Romolontino, e il simile sia fatto del
suo popolo [...] se il fiume mn [ Bonne Heure ],
ramo del fiume Era [ Loira ] si manda nel fiume di
Romolontino, colle sue acque torbide esso grasserà
le campagne sopra le quali esso adacquerà, e renderà
il paese fertile». Partecipò alle feste per il
battesimo del Delfino e a quelle per le nozze di
Lorenzo de' Medici.
Il 23 aprile 1519 redasse il testamento davanti al
notaio Guglielmo Boreau: dispose di voler essere
sepolto nella chiesa di San Fiorentino; a Francesco
Melzi, esecutore testamentario, lasciò «li libri
[...] et altri Instrumenti et Portracti circa l'arte
sua et industria de Pictori»; al servitore De
Vilanis e a Salai la metà per ciascuno di «uno
iardino che ha fora de le mura de Milano [...] nel
quale iardino il prefato Salay ha edificata et
constructa una casa»; alla fantesca Maturina dei
panni e due ducati; ai fratelli, 400 scudi
depositati a Firenze e un podere a Fiesole.
L'uomo che aveva passato tutta la vita «vago di
vedere la gran copia delle varie e strane forme
fatte dalla artifiziosa natura», da lui assimilata a
una gran caverna, nella quale, «stupefatto e
ignorante» per la grande oscurità, aveva guardato
con «paura e desiderio: paura per la minacciante e
scura spilonca, desiderio per vedere se là entro
fusse alcuna miracolosa cosa», moriva il 2 maggio
1519. Il 12 agosto «fu inumato nel chiostro di
questa chiesa [ Saint-Florentin ad Amboise ] M.
Lionard de Vincy, nobile milanese e primo pittore e
ingegnere e architetto del Re, meschanischien di
Stato e già direttore di pittura del duca di
Milano». Cinquant'anni dopo, violata la tomba, le
sue spoglie andarono disperse nei disordini delle
lotte religiose fra cattolici e ugonotti.
Trent'anni prima aveva scritto:
« Sì come una giornata bene spesa dà lieto
dormire, così una vita bene usata dà lieto morire »
Forse per nessun altro quelle parole furono e
saranno mai più adeguate. |
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