|
|
| |
|
|
| |
|
IMMAGINE |
NOME |
ANNO |
 |
Battesimo di cristo |
1450 |
 |
Flagellazione di Cristo |
1469 |
 |
Maddalena |
1460 |
 |
Sacra Conversazione (Pala di Brera) |
|
|
|
|
| |
| |
|
|
| |
| |
|
|
| |
Piero della Francesca (Sansepolcro, ca 1420 –
Sansepolcro, 12 ottobre 1492) è stato un pittore e
matematico italiano.
La sua opera pittorica - centrata quasi
esclusivamente su temi di carattere religioso -
servì come punto di riferimento per molti artisti
rinascimentali, primo fra tutti l'altro grande
maestro della prospettiva nel Quattrocento, Melozzo
da Forlì.
Fu un uomo pienamente rinascimentale e dunque
fiducioso nelle capacità umane tanto da ritenere che
queste, se ben indirizzate, potessero far affacciare
l'uomo al dogma. Fin dalle prime opere note si
evidenziarono le caratteristiche tipiche di Piero:
estrema attenzione all'organizzazione prospettica e
ritmica, semplificazione geometrica dei volumi,
movimento colto nell'attimo in cui esso può
eternarsi, passaggi intermedi tra una tonalità di
colore ed un'altra per evitare bruschi contrasti,
luce non fisica ma intellettuale, che pervade tutte
le sue opere: in generale, una realtà decantata
dalla mente umana.
Piero nacque da Benedetto de' Franceschi, calzolaio
e conciatore, e da Romana di Perino da Monterchi in
un anno imprecisato variante dal 1406 al 1420.
S'ignora anche perché, poco dopo la sua morte,
venisse già chiamato «della Francesca», anziché «di
Benedetto» o «de' Franceschi», ma la congettura del
Vasari che abbia preso il cognome dalla madre è
inattendibile.
Egli apprese i primi rudimenti della pittura da
Antonio d'Anghiari, non solo attivo a Borgo San
Sepolcro, ma anche abitante della cittadina, come
attesta il 27 maggio 1430 il pagamento dei dipinti
delle insegne del Comune e del governo papale sopra
la porta delle mura. Gli fu affidata anche la pala
della chiesa di San Francesco e altri documenti
confermano che Piero fu suo assistente, ma è
difficile determinare le conseguenze di quel
discepolato, dal momento che di Antonio non si
conserva alcuna opera. Più importante, nella
formazione di Piero, è la venuta a Firenze forse già
intorno al 1435: il 7 settembre 1439 è citato come
allievo di Domenico Veneziano nella commissione
degli affreschi, oggi perduti, per le Storie della
Vergine nel coro della chiesa di Sant'Egidio. La
pittura luminosa di Domenico e quella, moderna e
vigorosa, di Masaccio, non furono senza conseguenze
nella formazione del giovane Piero. Secondo il
Vasari, lavorò con Domenico anche a Loreto nella
chiesa di Santa Maria al «principio di un'opera
nella volta della sagrestia; ma perché, temendo di
peste, la lasciarono imperfetta», fu successivamente
compiuta da Luca Signorelli.
La prima sua opera che ci è conservata è la Madonna
col Bambino, già nella Collezione fiorentina Contini
Bonacossi, un tempo creduta opera di Leonardo e
attribuita per la prima volta a Piero nel 1942 da
Roberto Longhi, da far risalire agli anni 1435-1440,
durante i quali era ancora collaboratore di Domenico
Veneziano. Nel verso della tavola è dipinto un vaso,
quasi una esercitazione prospettica.
Nel 1442 risulta nuovamente abitante a Borgo
Sansepolcro dove, l'11 febbraio del 1445 ricevette
dalla Confraternita della Misericordia la
commissione del polittico per l'altare della chiesa:
il contratto prevedeva il compimento dell'opera in
tre anni e la sua completa autografia, oltre
all'obbligo di controllare ed eventualmente
restaurare il dipinto nei dieci anni successivi.
In realtà, la stesura del polittico si protrasse,
con intervento di un allievo non identificato, per
più di 15 anni, come dimostra un pagamento al
fratello Marco di Benedetto, per conto di Piero,
effettuato nel 1462 dalla Confraternita, che nel
XVII secolo scompose il polittico che perdette
l'originaria cornice. Trasferito nella chiesa di San
Rocco, dal 1901 è conservato nella Pinacoteca
comunale.
Il polittico si compone di 21 tavole: in alto, la
Crocefissione, di mano di Piero; poi, in seconda
linea, San Benedetto da Norcia, l' Angelo
annunciante, l' Annunciata e san Francesco,
considerati tutti autografi; seguono ancora i santi
Sebastiano e Giovanni Battista, la Madonna della
Misericordia e i santi Andrea e Bernardino da Siena,
anch'essi autografi; i sei santi laterali e le sette
tavolette che costituiscono la predella sono invece
opera dello sconosciuto allievo.
A Ferrara nel 1449 lavorò nel Castello degli Este e
nella chiesa di Sant'Andrea (affreschi perduti). Nel
1451 fu a Rimini, chiamato da Sigismondo Pandolfo
Malatesta a lavorare al Tempio Malatestiano dove
lasciò l'affresco votivo raffigurante Sigismondo
Pandolfo Malatesta in ginocchio davanti a san
Sigismondo. Qui conobbe Leon Battista Alberti, e si
spostò ancora ad Ancona, Pesaro e Bologna. L'anno
successivo fu chiamato a sostituire Bicci di Lorenzo
negli affreschi di San Francesco ad Arezzo.
Nel 1453 ritornò ancora a Borgo San Sepolcro dove,
nell'anno successivo, stipulò il contratto per il
polittico dell'altare maggiore della chiesa di
Sant'Agostino. Poco dopo, chiamato da papa Niccolò
V, si recò a Roma, dove eseguì affreschi per la
basilica di Santa Maria Maggiore (dei dipinti
restano solamente alcuni frammenti). In un secondo
viaggio a Roma nel 1455 lavorò ad affreschi oggi
perduti nei Palazzi Vaticani. A questo periodo si
possono far risalire il Battesimo di Cristo, la
Flagellazione, la Madonna santissima e la
Resurrezione.
Nel 1467 a Perugia eseguì per conto delle suore
terziarie del convento di Sant'Antonio un polittico,
dove all'impostazione tardogotica voluta dalla
committenza, si contrappone nella cimasa,
un'annunciazione di chiaro stampo rinascimentale,
che evidenzia il sapiente uso dell'arte prospettica
nelle strutture architettoniche, palesando una
conoscenza delle opere e dei postulati
architettonici formulati qualche anno addietro da
Filippo Brunelleschi e Leon Battista Alberti. Fu
quindi a Urbino alla corte di Federico da
Montefeltro dove entrò in contatto con Melozzo da
Forlì e con Luca Pacioli. Dipinse il dittico con le
immagini del duca e di sua moglie, la Sacra
Conversazione, la Madonna di Senigallia e la
Natività.
Documentato a Rimini nel 1482, fece testamento nel
1487 e morì a Sansepolcro il 12 ottobre 1492. Alla
sua bottega studiarono fra gli altri Luca Signorelli
e il Perugino. Negli ultimi anni venne colpito da
una grave malattia agli occhi e prima di morire
scrisse il De Perspectiva Pingendi, il De quinque
corporibus regularibus e un manuale di calcolo
intitolato De Abaco.
Spetta a Daniele Radini Tedeschi l'aver scoperto la
natura spuria del volto della Madonna nella Natività
di Londra (Piero della Francesca 2005, Arsenico su
tela 2007), dipinto non ultimato e terminato da
altra mano, "fiamminga" come indica il critico. Tra
i suoi collaboratori merita una citazione Giovanni
da Piamonte, con cui ha lavorato ad Arezzo
nell'esecuzione degli affreschi a San Francesco, è
inoltre di detto autore la tavola conservata presso
la chiesa di Santa Maria delle Grazie di Città di
Castello, in cui sono sicuramente presenti influenze
pierfrancescane.
Piero della Francesca ha realizzato tre opere
matematiche in cui è presente una sintesi tra
geometria euclidea, appartenente alla scuola dei
dotti, e matematica abachistica, riservata ai
tecnici.
La prima opera è stata il Libellus de quinque
corporibus regularibus, un trattato dedicato alla
geometria, che ha ripreso temi antichi di tradizione
platonico-pitagorica, studiati sempre con l'intento
di poterli utilizzare come elementi del disegno. Si
è ispirato alla lezione euclidea per l'ordine logico
delle espressioni e per i riferimenti e per l'uso
coordinato e complesso dei teoremi, mentre è stato
vicino alle esigenze dei tecnici per la
determinatezza delle figure trattate. solide e
poliedriche, e per l'assenza di dimostrazioni
classiche e per l'uso di regole aritmetiche e
algebriche applicate ai calcoli.
Nel secondo trattato De prspectiva pingendi ha
proseguito la linea di studio anticipata nel libro
precedente, apportando notevoli novità al punto da
poterlo definire uno dei padri del moderno disegno
tecnico, difatti alla prospettiva ha preferito
l'assonometria, in quanto ritenuta più congruente
con un modello geometrico. Tra i problemi affrontati
emergono il computo del volume della volta e
l'elaborazione architettonica della costruzione
delle cupole.
Per quanto riguarda il titolo della terza opera,
Trattato d'abaco, è stato aggiunto in epoca moderna
in quanto assente nell'originale. La parte
geometrica e quella algebrica sono risultate molto
vaste rispetto alle consuetudini del suo tempo, così
come la parte sperimentale in cui l'autore ha
esplorato elementi non convenzionali. |
|
|
| |
| |
|
|
| |
|
|
|
|