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IMMAGINE |
NOME |
ANNO |
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Autoritratto |
1889 |
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Campo di
grano con cipressi |
1889 |
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Campo di
grano con corvi |
1890 |
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La casa
gialla |
1888 |
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La
chiesa di Auvers |
1890 |
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Due girasoli |
1887 |
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I
girasoli |
1889 |
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L'italiana |
1887 |
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I
mangiatori di patate |
1885 |
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Notte stellata |
1889 |
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Un
paio di scarpe |
1887 |
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La
sedia di Vincent |
1888 |
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La
stanza di Vincent ad Arles |
1888 |
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Seminatore al tramonto |
1888 |
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Tessitore al telaio |
1884 |
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Vaso di girasoli |
1888 |
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Vincent Willem van Gogh (Zundert, 30 marzo 1853 –
Auvers-sur-Oise, 29 luglio 1890) è stato un pittore
olandese.
Autore di quasi 900 tele e di più di mille disegni,
tanto geniale quanto incompreso in vita, si formò
sull'esempio del realismo paesaggistico dei pittori
di Barbizon e del messaggio etico e sociale di
Jean-François Millet. Attraversata l'esperienza
dell'Impressionismo, ribadì la propria adesione a
una concezione romantica, nella quale l'immagine
pittorica è l'oggettivazione della coscienza
dell'artista: identificando arte ed esistenza, van
Gogh pose le basi dell'Espressionismo.
Notizie dei van Gogh si rintracciano a L'Aja fin
dalla metà del XVII secolo e a partire dal
Settecento quella famiglia trasmise di padre in
figlio il mestiere di orefice. Nel primo Ottocento
si ha notizia di un Vincent Van Gogh (1789-1874)
pastore calvinista, padre di undici figli che
praticavano diverse attività: tre di essi erano
mercanti d'arte, mentre si sa che anche Theodorus
van Gogh (1822-1885) dal 1° aprile 1849 era pastore
a Groot-Zundert, un piccolo paese del Brabante di
seimila anime. Sposatosi nel 1851 con Anna Cornelia
Carbentus, figlia di un rilegatore della corte
olandese, questa diede alla luce il 30 marzo 1852 un
figlio morto, Vincent Willem.
Esattamente l'anno dopo nacque un secondo figlio, il
futuro artista, chiamato ancora Vincent Willem: ne
seguiranno altri cinque, Anna Cornelia (1855-1930),
Théo (1° maggio 1857 - 25 gennaio 1891), Elisabeth
(1859-1936), Wilhelmina Jacoba (1862-1941) e
Cornelis (1867-1900).
Dal 1861 al 1864 Vincent frequentò la scuola del
paese e dal 1° ottobre un collegio della vicina
Zevenbergen dove apprese il francese, l'inglese e il
tedesco e l'arte del disegno. Dal 1866 frequentò una
scuola di Tilburg ma il 19 marzo 1868 ritornò a
Zundert senza aver concluso gli studi.
La scarsità del suo profitto scolastico convinse la
famiglia a trovargli un impiego: lo zio paterno
Vincent detto Cent (1820-1888), già mercante
d'antiquariato, nel luglio del 1869 lo raccomandò
alla casa d'arte Goupil & C. alla quale, per motivi
di salute, aveva ceduto la sua attività a L'Aja;
l'attività della casa Goupil consisteva nella
vendita di riproduzioni di opere d'arte e il giovane
Vincent sembrò molto interessato al suo lavoro, che
lo obbligava a un approfondimento delle tematiche
artistiche e lo stimolava a leggere e a frequentare
musei e collezioni d'arte. Mantenne i contatti con
la famiglia, che dal gennaio del 1871 si era
trasferita a Helvoirt, dove il padre Theodorus
svolgeva la sua attività pastorale. Vincent oltre ad
incontrare frequentemente a L'Aja il fratello Théo,
intesse con lui una corrispondenza che durerà tutta
la vita.
Nel 1873 venne trasferito nella filiale Goupil di
Bruxelles e a maggio in quella di Londra. Durante il
trasferimento nella capitale inglese si fermò per
alcuni giorni a Parigi, rimanendo affascinato dalla
bellezza della città e dai fermenti culturali che la
animavano: la visita del Louvre e delle esposizioni
di quadri al Salon lo colpirono profondamente.
A Londra disegnò schizzi di scorci cittadini, che
tuttavia non conservò (ne rimane solo uno, peraltro
assai rovinato e scoperto nel 1977, raffigurante la
casa dove visse). Nella pensione in cui alloggiava,
si dichiarò un giorno ad una figlia della
proprietaria, Eugenia Loyer (e non Ursula come si
era sempre creduto), che, già fidanzata, lo
respinse: caduto in una crisi depressiva, chiese ed
ottenne di essere trasferito a L'Aja. Da questo
momento iniziò a trascurare il lavoro: a poco servì
il ritorno a Londra, nel luglio del 1874, insieme
con la sorella Anna. I suoi interessi cominciarono a
indirizzarsi verso le tematiche religiose, che si
approfondirono anche dopo il suo trasferimento a
Parigi, nel maggio 1875: qui tuttavia frequentò
anche i musei, appassionandosi a Corot e alla
pittura secentesca olandese. I dirigenti della
Goupil erano sempre più scontenti di lui, che nel
Natale del 1875 lasciò senza preavviso il lavoro,
andando a trovare la famiglia, che allora risiedeva
a Etten, un piccolo paese presso Breda. Vincent
comprese tuttavia di non potere più continuare la
sua collaborazione in un'attività che ormai sentiva
profondamente estranea e si dimise dall'impiego il
1° aprile 1876.
Il 16 aprile 1876 partì per Ramsgate, il sobborgo
londinese, dove lavorò come insegnante supplente
presso la scuola del signor Stokes, ricevendo in
cambio soltanto vitto e alloggio, e poi proseguì
l'insegnamento a Isleworth, dove la scuola si era
trasferita: qui collaborò anche con un pastore
metodista che teneva un'altra piccola scuola e il 4
novembre pronunciò il suo primo sermone, che si
ispirò a un quadro di Boughton, il Pellegrino sulla
via di Canterbury al tempo di Chaucer. Tornato in
famiglia per Natale, venne dissuaso dai genitori,
che spaventati si accorsero delle sue precarie
condizioni psico-fisiche, dal ripartire per
l'Inghilterra.
Lo zio Vincent gli trovò così un altro lavoro come
commesso in una libreria di Dordrecht. Viveva da
solo e frequentava la chiesa locale traducendo passi
della Bibbia; convinse il padre a lasciargli tentare
gli esami di ammissione alla Facoltà di teologia di
Amsterdam, dove andò a vivere con lo zio paterno
Johannes, frequentando anche uno zio materno, che
gli fece impartire lezioni di latino e di greco. Non
tralasciava tuttavia i suoi interessi artistici,
visitando i musei, il ghetto ebraico e continuando a
esercitarsi nel disegno.
Respinto agli esami di ammissione, dall'agosto del
1878 frequentò un corso trimestrale di
evangelizzazione in una scuola di Laeken, presso
Bruxelles, la quale tuttavia non lo riconobbe idoneo
a svolgere l'attività di predicatore. Nonostante
tutto, alla fine dell'anno si trasferì nella regione
belga del Borinage, a Pâturage: qui, povero tra i
poveri, si prese cura dei malati e predicò la Bibbia
ai minatori. Autorizzato, nel gennaio del 1879, a
predicare temporaneamente dalla Scuola di
evangelizzazione di Bruxelles, si trasferì nel
centro minerario di Wasmes, vivendo in una baracca:
il suo zelo e la sua partecipazione, anche emotiva,
all'estrema povertà dei minatori apparvero eccessivi
alla Scuola, che decise di non rinnovargli
l'incarico.
Vincent continuò tuttavia a svolgere quella che
considerava una sua missione: si trasferì nel vicino
paese di Cuesmes dove visse con un minatore del
luogo e, pur indigente, cercò ancora di aiutare chi
non stava in realtà peggio di lui, arrivando a
cedere il proprio letto ai malati o a curare di
persona i feriti delle esplosioni usando come bende
i suoi stessi vestiti. Leggeva i romanzi popolari
che descrivevano la miseria delle popolazioni delle
città industriali, interruppe per qualche tempo la
corrispondenza con il fratello Théo, che ora
lavorava nella casa Goupil e lo disapprovava
apertamente, cercando di distoglierlo da un'attività
che sembrava aggravare il suo delicato equilibrio
psichico, e si spostò frequentemente per il Belgio
percorrendo a piedi centinaia di chilometri. Nel
giugno 1880 arrivò fino a Carrières, sul passo di
Calais, desiderando conoscere il pittore Jules
Breton, che lì abitava ed era da lui molto ammirato,
ma poi s'intimidì alla sola idea d'incontrarlo
(nonché alla vista del "suo nuovo atelier...di
un'inospitalità agghiacciante") e ritornò indietro,
dormendo sulla paglia nei casolari abbandonati.
In luglio riprese la corrispondenza con Théo che gli
mandò del denaro e lo incoraggiò a indirizzare le
sue generose pulsioni sociali religiose verso
l'espressione artistica. Vincent accolse un
suggerimento che non poteva lasciarlo indifferente
e, nell'ottobre si stabilì a Bruxelles dove,
comprendendo di aver bisogno di una scuola di
tecnica pittorica, s'iscrisse all'Accademia di Belle
Arti.
Si legò d'amicizia con il pittore olandese Anthon
van Rappard e studiò prospettiva e anatomia,
impegnandosi in disegni che ritraevano soprattutto
umili lavoratori della terra e delle miniere: non a
caso i suoi pittori di riferimento erano Millet e
Daumier. Nell'aprile 1881 lasciò l'Accademia e fece
ritorno presso la famiglia, ad Etten, dove
s'innamorò della cugina Kate Vos-Stricker, detta Kee,
figlia di un pastore protestante, da poco vedova con
un figlio, senza però venir corrisposto. Non si
rassegnò e la seguì ad Amsterdam, dove lei si era
trasferita in casa dei genitori: al suo rifiuto di
riceverlo, di fronte ai genitori della donna, van
Gogh si ustionò volontariamente una mano alla fiamma
di una lampada.
A L'Aja ottenne l'incoraggiamento e i consigli del
pittore Anton Mauve, cognato della madre, continuò a
disegnare sotto la sua guida e, per la prima volta,
verso la fine del 1881, eseguì nature morte dipinte
a olio e figure all'acquarello: le nature morte con
il Cavolo e gli zoccoli del Van Gogh Museum di
Amsterdam e il Boccale e pere di Wuppertal sono tra
i suoi primi lavori. In rotta con i genitori per la
sua insistente ostinazione verso la cugina e per
l'aperto distacco mostrato nei confronti della
religione (venendo scacciato di casa dal padre il
giorno di Natale), lasciò Etten, rifiutando ogni
loro aiuto economico, trasferendosi a L'Aja, vicino
allo studio di Mauve, il quale, insieme con il
fratello Théo, lo soccorse economicamente. Dopo
pochi mesi, tuttavia, contrasti con il pittore - che
avrebbe voluto, secondo i suoi sistemi didattici,
che Vincent si esercitasse copiando calchi in gesso,
mentre egli preferiva ispirarsi direttamente alla
realtà - portarono alla rottura tra i due.
Del resto, van Gogh avrà sempre molta difficoltà a
relazionarsi con gli altri pittori, pur stimati da
lui: in questo periodo, l'unico pittore che mostrava
considerazione per le sue possibilità era il
connazionale Johan Hendrik Weissenbruch (1824-1903),
artista già noto ed apprezzato.
La sera del 27 luglio, una domenica, dopo essere
uscito per dipingere come al solito nelle campagne
che circondavano il paese, rientrò sofferente nella
locanda e si rifugiò subito nella sua camera: al
Ravoux che, non vedendolo presentarsi per il pranzo,
salì per accertarsi della sua salute e lo trovò
sdraiato sul letto, confessò di essersi sparato un
colpo di rivoltella al petto in un campo vicino.
Al dottor Gachet che, non potendo estrargli il
proiettile, si limitò a fasciarlo ma gli esprimeva,
per rincuorarlo, la sua speranza di salvarlo,
rispose che egli aveva tentato coscientemente il
suicidio e che, se fosse sopravvissuto, avrebbe
dovuto «riprovarci» - «volevo uccidermi, ma ho fatto
cilecca» - esclamò); rifiutò di dare spiegazioni del
suo gesto ai gendarmi e, con il fratello Théo che,
avvertito, era accorso la mattina dopo, Vincent
passò tutto il 28 luglio, fumando la pipa e
chiacchierando seduto sul letto: gli confidò ancora
che la sua «tristezza non avrà mai fine». Sembra che
le sue ultime parole fossero: «ora vorrei
ritornare». Poco dopo ebbe un accesso di
soffocamento, poi perse conoscenza e morì quella
notte stessa, verso l'una e mezza del 29 luglio.
In tasca gli trovarono una lettera non spedita a
Théo, dove aveva scritto, tra l'altro: «Vorrei
scriverti molte cose ma ne sento l'inutilità ... per
il mio lavoro io rischio la vita e ho compromesso a
metà la mia ragione ... ».
In quanto suicida, il parroco di Auvers si rifiutò
di benedire la salma e il carro funebre fu fornito
da un municipio vicino. Il 30 luglio la bara,
rivestita da un drappo bianco e ricoperta di fiori
gialli, fu calata in una fossa accanto al muro del
piccolo cimitero di Auvers: assistevano Théo, che
non smetteva di piangere, il dottor Gachet e i pochi
amici giunti da Parigi: Lucien Pissarro, figlio di
Camille, Emile Bernard, pére Tanguy.
Pochi mesi dopo anche Théo van Gogh venne ricoverato
in una clinica parigina di malattie mentali. Dopo un
apparente miglioramento, si trasferì a Utrecht, dove
morì il 25 gennaio 1891. Nel 1914 le sue spoglie,
per volontà della vedova, furono trasferite ad
Auvers e tumulate accanto a quelle di Vincent.
Non si può sostenere che la pittura sia stata una
vocazione per van Gogh, che infatti cominciò a
dipingere dopo aver compiuto ventotto anni. A
giudicare dagli anni della sua piena giovinezza, se
egli ebbe una vocazione, fu quella di essere vicino
ai miseri della terra, i braccianti, i contadini
poveri e gli operai per i quali il lavoro
rappresentava la maggiore sofferenza, quelli delle
miniere. Figlio di un pastore protestante, cercò di
unire la solidarietà sociale al messaggio
evangelico, ma la Chiesa ufficiale sembrò sospettosa
e forse spaventata dell'unione di quel duplice
messaggio e gli negò il suo appoggio.
Un'altra contingenza familiare - l'attività del
fratello Thèo nell'ambito del commercio d'arte - lo
indirizzò alla pittura, ove raccolse e fece proprio
il messaggio, che non era soltanto artistico, ma
ancora sociale ed etico, di Daumier, Courbet e
Millet. La maggiore realizzazione di questo periodo
fu I mangiatori di patate, nei quali, oltre a voler
esprimere la propria simpatia verso gli umili,
immedesimando in loro se stesso, volle sopratturro
rappresentare - come scrisse - coloro che esprimono
la dignità della propria umanità, vivendo pur
miseramente ma del prodotto del loro lavoro,
seppure, come è stato detto, egli qui non fu «ben
servito né dal suo disegno pesante e materiale, né
dal suo colore assai scuro e sporco, senza energia
né vitalità». E tuttavia, ancora alla fine del 1887,
da Parigi confidava che «le scene di contadini che
mangiano patate» erano ancora le cose migliori che
avesse mai fatto.
A Parigi van Gogh comprese la necessità di
concentrarsi non tanto su un soggetto determinato,
ma su come dipingere: assimilò il modo
impressionista ma senza accettarlo, perché egli
aveva necessità di porsi direttamente di fronte alle
cose, eliminando la mediazione degli effetti
atmosferici e delle vibrazioni di luce. Il paesaggio
meridionale della Provenza, con la certezza della
sua visione immobile e assolata, serviva al meglio
al suo scopo.
Così, nella Pianura della Crau, dipinta nel giugno
del 1888 ad Arles, i colori si distendono in zone
compatte, susseguendosi in profondità,
« risultano a un tempo più intensi e preziosi e
più calmi, di quella calma che è propria della
certezza alfine raggiunta. Se in primo piano vi sono
ancora i tocchi impressionistici, più lontano le
zone danno al motivo una consistenza e una chiarezza
assoluta. I toni di giallo, dal limone all'arancio,
appaiono interrotti da una zona di verde, si
spingono all'orizzonte che è alto ma lontano, così
da apparire infinito, contro il cielo di un verde
azzurro tendente al grigio. L'arte di van Gogh, che
era estremamente soggettiva, si è fatta oggettiva,
l'anima dell'artista si è distaccata dal suo
prodotto, si è annullata nell'oggetto, l'ha reso
stupendo per sé, un'immagine da adorare »
Ci si chiede perché egli abbia abbandonato la
polemica sociale, pur mantenendo costante il suo
impegno morale: o forse, se egli abbia realmente
abbandonato quella polemica e non l'abbia invece
trasformata in una ancora più generale e radicale.
Da Arles, nell'agosto 1888, scriveva di essere
tornato alle idee sostenute prima di trasferirsi a
Parigi, ossia alla necessità di rendere con maggior
forza la realtà attraverso un uso «arbitrario» del
colore: così, il ritratto di un artista dovrà essere
sì il più fedele possibile quanto ai lineamenti, ma
per esprimere che quell'artista «sogna sogni
grandiosi» e «lavora come l'usignolo canta, perché
così è la sua natura», dovrà esagerare il biondo dei
capelli, arrivando fino «al limone pallido», e come
sfondo, anziché la banale parete di un appartamento,
dipingere «l'infinito», il «turchino più intenso e
più violento», in modo che «la testa bionda
illuminata sullo sfondo turchino cupo» ottenga un
effetto misterioso, «come una stella nel profondo
azzurro».
In generale, egli si pone il problema di
« dipingere degli uomini e delle donne con un non
so che di eterno [...] mediante la vibrazione dei
notri colori [...] il ritratto con dentro il
pensiero, l'anima del modello [...] esprimere
l'amore di due innamorati con il metrimonio di due
colori complementari, la loro mescolanza e i loro
contrasti, le vibrazioni misteriose dei loro
contrasti [...] esprimere la speranza con qualche
stella. L'ardore di un essere con un'irradiazione di
sole calante [...] non è forse una cosa che esiste
realmente? »
Detto altrimenti, si potrebbe sostenere che van
Gogh,
« ha capito che l'arte non deve essere uno
strumento, ma un agente della trasformazione della
società e, più a monte, dell'esperienza che l'uomo
fa del mondo. Nel generale attivismo, l'arte deve
inserirsi come una forza attiva, ma di segno
contrario: lampante scoperta della verità contro la
crescente tendenza all'alienazione e alla
mistificazione. Anche la tecnica della pittura deve
mutare, opporsi alla tecnica meccanica
dell'industria come un fare suscitato dalle forze
profonde dell'essere: il fare etico dell'uomo contro
il fare razionale della macchina. Non si tratta più
di rapprsentare il mondo in modo superficiale o
profondo: ogni segno di van Gogh è un gesto con cui
affronta la realtà per cogliere e far proprio il suo
contenuto essenziale, la vita »
La vita che esprime nel modo più immediato è
certamente quella data da un modello vivente, quale
che sia, come il signor Joseph Roulin, il postino di
Arles. La realtà del suo modello è indubitabile: è
un uomo biondo, dagli occhi azzurri e veste una
divisa blu. Ma è nella possibilità del pittore
costruire mediante il colore quell'esistenza che, da
oggetto indipendente, viene rifatto, rivivendo così
un'esistenza che è propria solo in quanto è stata
ricreata dall'artista. Poiché i colori dominanti del
dipinto sono il blu e il giallo, il tavolo diviene
verde in quanto è la fusione dei due colori
fondamentali, e il fondo bianco della parete, nel
riflesso del blu della divisa, diviene celeste: «la
materia pittorica acquista un'esistenza autonoma,
esasperata, quasi insopportabile: il quadro non
rappresenta, è».
Il ritratto di Joseph Roulin non ha nulla di
«tragico» in sé: la tragedia sta nel vedere e
vedersi
« con così lucida, perentoria evidenza. È tragico
riconoscere il nostro limite nel limite delle cose e
non potersene liberare. È tragico, di fronte alla
realtà, non poterla contemplare, ma dover fare e
fare con passione e con furia: lottare per impedire
che la sua esistenza sopraffaccia e distrugga la
nostra. L'arte diventa allora (avrebbe detto Pavese)
il mestiere di vivere: ed è questo mestiere della
vita che van Gogh disperatamente contrappone al
lavoro meccanico dell'industria, che non è vita. La
polemica iniziale non è stata dunque abbandonata, ma
portata a un livello più profondo, dove non è in
gioco soltanto il contenuto, il soggetto, la tesi,
ma la sostanza, l'esistenza dell'arte » |
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