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Decimo Giunio Giovenale, (Aquino, tra il 55 e il 60
– Roma, 127), è stato un poeta e retore latino.
Le notizie sulla sua vita sono poche e incerte,
ricavabili dai rari cenni autobiografici presenti
nelle sue sedici Satire scritte in esametri giunte
fino ad oggi e da alcuni epigrammi a lui dedicati
dall'amico Marziale.
Giovenale nacque ad Aquino, nel Lazio meridionale,
da una famiglia benestante che gli permise di
ricevere una buona educazione retorica poiché nella
prima satire, databile poco dopo il 100 d.C., si
definisce non più iuvenis (v.25) —il che implica che
avesse almeno quarantacinque anni— la data di
nascita si può indicare approssimativamente fra il
50 e il 60. Intorno ai trent'anni cominciò ad
esercitare la professione di avvocato, dalla quale
però non ebbe i guadagni sperati e ciò lo convinse a
dedicarsi alla scrittura, alla quale arrivò in età
matura, circa a quarant'anni (dopo la morte
dell'imperatore Domiziano).
Visse soprattutto all'ombra di uomini potenti, nella
scomoda posizione di cliente, privo di libertà
politica e di autonomia economica: è probabilmente
questa la causa del pessimismo che pervade le sue
satire e dell'eterno rimpianto dei tempi antichi.
Scrisse fino all'avvento dell'imperatore Adriano e
non si sa con certezza la data della sua morte,
sicuramente posteriore al 127, ultimo termine
cronologico ricavabile dai suoi componimenti .
Scarsamente attendibile è la notizia secondo cui
fosse stato condannato all'esilio in Egitto dallo
stesso Adriano, che non aveva apprezzato i toni
offensivi di alcuni suoi versi..
Giovenale considerò la letteratura mitologica
ridicola in quanto troppo lontana al clima morale
corrotto in cui viveva la società romana del suo
tempo: egli considerò la satira indignata non
soltanto la sua musa, ma anche l'unica forma
letteraria in grado di denunciare al meglio
l'abiezione dell'umanità a lui contemporanea.
In quanto scrittore di satire, Giovenale è stato
spesso accostato a Persio ma tra i due vi è una
profonda differenza: Giovenale non crede che la sua
poesia possa influire sul comportamento degli uomini
perché, a suo dire, l'immoralità e la corruzione
sono insite nell'animo umano; pertanto egli si
limitò a gridare la sua protesta astiosa, senza
coltivare illusioni di riscatto.
Il rifiuto del pensiero moralistico è una delle
componenti più importanti della poetica di
Giovenale, così come l'astio sociale: a suo dire,
non ci sono più le condizioni sociali che possano
portare alla ribalta grandi letterati come Mecenate,
Virgilio ed Orazio nel periodo augusteo perché il
poeta, nella Roma dei suoi tempi, è bistrattato e
spesso vive in condizioni di estrema povertà tanto
che spesso è la miseria che lo ispira.
Questa radicale avversione contro le iniquità e le
ingiustizie, che lo portarono anche a declamare
versi di rabbia e protesta, sono stati interpretati
da alcuni come segnali di un atteggiamento
democratico di Giovenale. Questo modo di intendere
Giovenale è però molto superficiale: al di là di
qualche verso scritto in favore degli emarginati,
l'atteggiamento di Giovenale è di inequivocabile
disprezzo nei loro confronti, in quanto essi non
hanno avuto l'intelligenza necessaria per uscire
dalla loro condizione.
Più che un democratico solidale Giovenale fu un
idealizzatore del passato, ovvero quel buon tempo in
cui il governo era caratterizzato da una sana
moralità "agricola". Questa utopica fuga dal
presente rappresenta l'implicita ammissione della
frustrante impotenza di Giovenale, dato che nemmeno
lui era in grado di "muovere le coscienze".
Negli ultimi anni della sua vita il poeta rinunciò
espressamente alla violenta ripulsa
dell'indignazione ed assunse un atteggiamento più
distaccato, mirante all'apatia, all'indifferenza,
forse allo stoicismo, riavvicinandosi a quella
tradizione satirica da cui in giovane età si era
drasticamente allontanato. Le riflessioni e le
osservazioni, un tempo dirette ed esplicite,
divennero generali e più astratte, oltreché più
pacate. Ma la natura precedente del poeta non andò
distrutta completamente e tra le righe, magari dopo
interpretazioni più complesse, si può ancora leggere
la rabbia di sempre. Si parla di un "Giovenale
democriteo", per designare il Giovenale degli ultimi
anni, lontano dall'indignatio iniziale.
Bersaglio privilegiato delle satire di Giovenale
sono le donne, in special modo quelle emancipate e
libere, che per il loro disinvolto muoversi nella
vita sociale personificano agli occhi del poeta lo
scempio stesso del pudore.
Quelli che egli considerava i vizi e le immoralità
dell'universo femminile gli ispireranno la satira VI,
la più lunga, che rappresenta uno dei più feroci
documenti di misoginismo di tutti i tempi, dove
campeggia la cupa grandezza di Messalina, definita
Augusta meretrix ovvero "prostituta imperiale".
In pratica, secondo Giovenale, tutte le donne che
utilizzano qualità non intellettuali (per esempio,
l'avvenenza fisica) per emergere devono essere
considerate "oscene" ed "infami". |
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