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Marco Valerio Marziale (Augusta Bilbilis, 1 marzo 40
– Augusta Bilbilis, 103 circa) è stato un poeta
latino, comunemente ritenuto il più importante
epigrammista in lingua latina.
Le notizie biografiche su Marziale le dobbiamo
principalmente ai numerosi cenni autobiografici
contenuti nella sua opera. Sappiamo che nacque a
Bilbilis, una cittadina della Spagna Tarragonese,
allora assoggettata all'Impero Romano, fra il 38 e
il 41 d.C. e che ebbe la sua prima educazione a
Tarragona, sotto la guida di grammatici e retori.
Nel 64 si recò a Roma, sperando di farvi fortuna
come era accaduto ad altri letterati della regione
quali Seneca, Lucano, Quintiliano.
Nella capitale imperiale si indirizzò, secondo gli
auspici dei genitori, alla professione di avvocato
verso la quale provava un'insanabile avversione
dedicandosi contemporaneamente alla poesia.
Verso l'80, in occasione dell'inaugurazione
dell'Anfiteatro flavio, Marziale pubblicò il primo
libro di epigrammi detto Liber de spectaculis (sugli
spettacoli del Colosseo) che gli procurò delle lodi.
Grazie a questo primo successo ebbe dall'imperatore
Tito lo ius trium liberorum, che comportava una
serie di privilegi per i cittadini che avessero
almeno tre figli, nonostante - a quanto pare - il
poeta non fosse nemmeno sposato. Il successore di
Tito, Domiziano, confermò i privilegi concessi dal
fratello.
Verso l'anno 84 o 85 comparvero altri due libri di
epigrammi: "Xenia" (doni per gli ospiti) e
Apophoreta (doni da portar via alla fine del
banchetto), composti esclusivamente di monodistici.
I primi di due libri di epigrammi delusero le
aspettative del poeta che si ritirò per alcuni mesi
a Forum Cornelii (Imola), ospite di un potente
amico. Lì pubblicò il suo terzo libro ma poi lo
riprese la nostalgia di Roma, ambiente variopinto e
multiforme, fonte di ispirazione della sua poesia.
Dopo l'assassinio di Domiziano nel 96, sotto i
principati di Nerva e poi di Traiano si instaurò a
Roma un clima morale austero. Marziale tentò di
ingraziarsi i nuovi governanti, ma i suoi epigrammi
mal si conciliavano con il nuovo orientamento del
potere. Inoltre probabilmente egli era ormai troppo
noto per i suoi passati rapporti con l'odiato
predecessore di Nerva. Nel 98, infine, compì il
viaggio di ritorno alla città natia. Tra il 90 e il
102 pubblicò complessivamente altri otto libri di
epigrammi.
A Bilbilis una ricca vedova di nome Marcella, presa
d'ammirazione per la fama e la poesia del poeta, gli
addolcì gli ultimi anni della vita, mettendolo nella
situazione di poter vivere agiatamente col dono di
una casa e di un podere. Marziale morì a circa 64
anni a Bilbilis, come attesta da una lettera
dell'anno 104, inviata da Plinio il Giovane a
Cornelio Prisco, nella quale il mittente dà un
giudizio sul poeta spagnolo, che gli aveva
indirizzato alcuni epigrammi di elogio per la sua
attività di avvocato.
Di Marziale ci sono pervenuti quindici libri di
epigrammi, per un totale di 1561 componimenti,
pubblicati tutti dallo stesso poeta. Quelli
monotematici non hanno un numero progressivo ma sono
noti con un nome: nel caso di Xenia e Apophoreta
anche il nome è autoriale. Sembra anche che i dodici
libri di epigrammi vari siano stati così numerati
dal poeta medesimo. I libri sono inoltre preceduti
da una prefazione in prosa che ha la funzione di
fornire al lettore elementi sulla composizione
dell'opera.
Con Marziale si ha l'affermazione dell'epigramma
come strumento letterario: prima di lui l'epigramma,
risalente all'età greca arcaica, aveva una funzione
essenzialmente commemorativa e veniva usato per
ricordare positivamente una cosa o una persona (ed
infatti la parola "epigramma" deriva dal greco e
significa "iscrizione"); grazie alla sua opera
invece esso, pur conservando la sua brevità, si
occupa di nuovi temi quali la parodia, la satira, la
politica e l'erotismo.
Dal punto di vista stilistico egli contrappone la
mobilità dell'epigramma sia al genere epico, sia
alla tragedia greca, che con i loro temi illustri e
"pesanti" si tenevano lontana dalla realtà
quotidiana. Costante è infatti nei suoi versi la
polemica letteraria, spesso usata per difendersi da
chi considerava il genere epigrammatico di scarso
valore artistico, ma anche da coloro che gli
rimproveravano di essere aggressivo o osceno.
La lingua da lui usata risulta colloquiale e
quotidiana. Il suo costante realismo gli permette
però di sviluppare un linguaggio ricco facendo
passare nella letteratura molti termini e locuzioni
che non avevano mai trovato posto prima. Riesce,
infine, a dimostrare grande duttilità nell'alternare
frasi eleganti e ricercate a frasi sconce e spesso
vernacolari. |
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