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Petronio (14 – Cuma, 66) è stato uno scrittore
latino.
Petronius, conosciuto anche come arbiter elegantiae
o elegantiarum, «arbitro d'eleganza» alla corte di
Nerone, resta indicato, per tradizione manoscritta,
col nome di Petronio Arbitro.
Tacito, nei suoi Annali XVI, 18-19, parla
diffusamente di un certo C. Petronio, senza per
altro fare alcun riferimento a lui come autore del
Satyricon.
« Soleva egli trascorrere il giorno dormendo, la
notte negli affari o negli svaghi; la vita
sfaccendata gli aveva dato fama, come ad altri
l'acquista un'operosità solerte; e lo si giudicava
non un gaudente e uno scialacquatore, come la
maggior parte di coloro che dilapidano il loro
patrimonio, ma un uomo di lusso raffinato. Le sue
parole e le sue azioni, quanto più erano libere da
convenzioni e ostentavano una certa sprezzatura,
tanto maggior simpatia acquistavano con la loro
parvenza di naturalezza. Come proconsole in Bitinia
tuttavia, e poi come console, egli seppe mostrarsi
energico e all'altezza dei suoi compiti. Tornato poi
alle sue viziose abitudini (o erano forse
simulazione di vizi?) venne accolto tra i pochi
intimi di Nerone, come maestro di raffinatezze,
nulla stimando Nerone divertente o voluttoso, nello
sfarzo della sua corte, se non avesse prima ottenuto
l'approvazione di Petronio. Di qui l'odio di
Tigellino, che in Petronio vedeva un rivale a lui
anteposto per la consumata esperienza dei piaceri.
Egli si volge quindi a eccitare la crudeltà del
principe, di fronte alla quale ogni altra passione
cedeva; accusa Petronio di amicizia con Scevino,
dopo aver indotto con denaro un servo a denunciarlo,
e avergli tolto ogni mezzo di difesa col trarre in
arresto la maggior parte dei suoi schiavi »
Segue la descrizione della sua morte:
« In quei giorni Nerone si era spinto in
Campania, e Petronio, spintosi fino a Cuma, venne
qui trattenuto. Egli non sopportò di restare oltre
sospeso tra la speranza e il timore; non volle
tuttavia rinunciare precipitosamente alla vita; si
tagliò le vene e poi le fasciò, come il capriccio
gli suggeriva, aprendosele poi nuovamente e
intrattenendo gli amici su temi non certo severi o
tali che potessero acquistargli fama di rigida
fermezza. A suo volta li ascoltava dire non teorie
sull'immortalità dell'anima o massime di filosofi,
ma poesie leggere e versi d'amore. Quanto agli
schiavi, ad alcuni fece distribuire doni, ad altri
frustate. Andò a pranzo e si assopì, volendo che la
sua morte, pur imposta, avesse l'apparenza di un
fortuito trapasso. Al testamento non aggiunse, come
la maggior parte dei condannati, codicilli adulatori
per Nerone o Tigellino e alcun altro potente; fece
invece una particolareggiata narrazione delle
scandalose nefandezze del principe, citando i nomi
dei suoi amanti, delle sue donnacce e la singolarità
delle sue perversioni: poi, sigillatolo, lo inviò a
Nerone. Spezò quindi il sigillo, per evitare che
servisse a rovinare altre persone »
Poche altre notizie aveva dato in precedenza Plinio
il Vecchio, per il quale «il consolare T. Petronio,
in punto di morte, per odio di Nerone spezzò una
tazza marina che gli era costata 300.000 sesterzi,
per evitare che la ereditasse la mensa imperiale»,
mentre Plutarco riprende da Tacito la notizia del
testamento di Petronio indirizzato a Nerone, nel
quale rinfacciava «ai dissoluti e agli
scialacquatori grettezza e sudiciume, come Tito
Petronio fece con Nerone».
Si tende a risolvere la discordanza del praenomen,
Caius in Tacito e Titus in Plinio e Plutarco, a
favore del Titus, ritenendo il Caius un errore di
amanuense. Il Rose, in particolare, ritiene di
identificare nello scrittore il Titus Petronius
Niger che fu console suffetto nell'anno 62 o 63.
Né Tacito, però, né Plinio e Plutarco identificano
il personaggio condannato da Nerone con l'autore del
Satyricon: lo ipotizzano per primi l'umanista
Giuseppe Giusto Scaligero verso il 1570 e il
tipografo e libraio di Orléans Mamert Patisson nel
1575. Le motivazioni addotte a favore di tale
identificazione risiedono in una serie di motivi:
- il cognomen «Arbiter»,
presente nei codici del romanzo, coincide con
l'appellativo di «arbiter elegantiae» del
cortigiano;
- l'esser morto
in una sua villa a Cuma, in Campania, conferma la
famigliarità dello scrittore con questa regione,
come si rileva nel romanzo;
- alcuni
personaggi citati - il cantante Apellete, il
citareda Menecrate e il gladiatore Petraite sono
personaggi realmente vissuti nella prima metà del I
secolo; la lingua, i riferimenti culturali e anche
la situazione sociale che emerge dal romanzo
rispecchia i caratteri di quel secolo. |
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