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Gaio Plinio Cecilio Secondo (Como, 61 – Nicomedia,
113) è stato uno scrittore latino e senatore romano,
detto Plinio il Giovane per distinguerlo
dall'omonimo zio Plinio il Vecchio.
Plinio nacque a Como nel 61 da una famiglia di rango
equestre molto ricca. Suo padre morì quando lui era
ancora bambino e Plinio fu affidato ad un amico di
famiglia, Virgilio Rufo. In seguito venne adottato
dallo zio, Plinio il Vecchio, fratello di sua madre.
Nel 83 muore anche la madre e lui eredita tutto il
patrimonio di famiglia. Studia a Roma alla scuola di
Quintiliano e del retore greco Nicete Sacerdote. Si
predilesse alla retorica e all'avvocatura.
S'interessò, grazie all'influenza dello zio, sia
allo stile lineare di Cicerone che a quello
magniloquente dell'asianesimo.
Nel 79 assistette all'eruzione del Vesuvio dal lato
opposto del Golfo di Napoli in cui perse la vita il
celebre parente.
Inizia così la sua carriera insieme all'amico Tacito
percorrendo tutte le tappe del cursus honorum. Tra
l' 89 e il 90 ricopre il Tribunato della Plebe ed
entra in senato; provenendo da una famiglia di
cavalieri sarà perciò il primo della sua famiglia.
Sotto Domiziano non fa carriera (l'imperatore muore
nel 96), mentre sotto Traiano riprenderà la sua
carriera diventando soprintendente del tesoro. Nel
100 diventa console supplente e per un paio di mesi
ne ricopre la carica. Tiene in senato il discorso
"Panegirico Traiano", la cui successiva
pubblicazione però sarà diversa dall'orazione
originale, perché posta a revisione. Insieme a
Tacito, nello stesso anno, sostiene un'accusa contro
Mario Prisco. Nel 103 difende due ex governatori
accusati di appropriazioni eccessive. Nel 105
diventa Curator: magistrato delle Acque del Tevere e
della Cloaca Maxima.
Probabilmente, grazie non solo al proprio talento,
ma anche alla propria ricchezza e alle amicizie con
i potenti, la sua carriera fu tra le più brillanti,
e riuscì a diventare prefetto all'erario di Saturno,
cioè uno dei cassieri dell'impero. Alla fine della
sua vita fu governatore in Bitinia dal 111 al 113,
anno in cui probabilmente morì.
L'opera maggiore a noi pervenuta di Plinio il
Giovane è una raccolta di epistole (247 suddivise in
nove libri più 121 aggiunte in seguito in un decimo
libro) scritte fra il 96 e il 109. Fra gli studiosi
si è a lungo discusso sull'origine e sullo scopo di
queste epistole; oggi si tende a credere che la
maggior parte delle lettere non siano un artificio
letterario, ma che si tratti di lettere realmente
spedite, frutto di un carteggio con amici e
colleghi, talvolta scritte per occasioni particolari
(come notizie, raccomandazioni, ecc.), altre volte
per ragioni sociali (inviti, scambi di opinione,
etc.), oppure per ragioni descrittive (celeberrima è
la cronaca dell'eruzione del Vesuvio del 79).
L'opera è dedicata all'amico Setticio Claro:
« Frequenter hortatus es, ut epistulas, si quas
paulo curatius scripsissem, colligerem publicaremque.
Collegi non servato temporis ordine - neque enim
historiam componebam -, sed ut quaeque in manus
venerat. »
Plinio afferma di aver adempiuto alle richieste
dell'amico che lo esortava a raccogliere le lettere
scritte "paulo curatius" (con maggior cura). Si
tratta dunque di un epistolario letterario, scritto
nel preciso intento di pubblicarlo. Le epistole non
saranno raccolte cronologicamente bensì "ut quaeque
in manus venerat" (così come mi capitano sotto
mano). Oltre ai primi nove libri, ne esiste un altro
che contiene il carteggio che Plinio tenne con
l'imperatore Traiano durante il governo della
Britannia. Questa raccolta fu pubblicata postuma,
forse per iniziativa di qualche amico di Plinio,
meno probabilmente grazie a Traiano stesso, che
avrebbe voluto, con esso, proporre un manuale
d'esempio di buona amministrazione. I libro, che
contiene anche le risposte dell'imperatore, è in
ogni caso un documento eccezionale per la conoscenza
dell'amministrazione provinciale in età imperiale.
Fra queste lettere, sono particolarmente famose
quelle relative ai cristiani (epistole 96 e 97),
nelle quali Plinio parla in prima persona (essendo
stato incaricato da Traiano stesso di reprimere i
cristiani), informando l'imperatore sui suoi dubbi
su come procedere nelle modalità d'inchiesta nei
loro confronti. Plinio non prende affatto le difese
dei Cristiani, come lo fece lo scrittore Tertulliano,
ma sostiene invece la causa dei Romani. Per lui è
ovvio che l'autorità dell'Impero vada rispettata, ed
è altrettanto ovvio che chi si rifiuta di farlo,
come facevano i cristiani, sia un pericoloso esempio
di ribellione da punire senza alcuna pietà. Anzi,
Plinio trova gli atti compiuti dai cristiani del
tutto eccentrici e ridicoli scriverà infatti,
« Li interrogavo chiedendo se fossero cristiani.
[...] Vi furono altri adepti di una tale follia
[...] »
(Plinio, Lettere, x, 96 )
e si augura di riuscire a riportare la popolarità
della religione politeista romana come nei tempi
gloriosi della Repubblica, come richiesto
dall'imperatore stesso. In queste lettere si trovano
testimonianze del fatto che si tenevano regolari
processi, oltre alle comuni pratiche di polizia (in
questo caso, contro i Cristiani). Dato che Plinio
era il propretore, spettava a lui l'autorità di far
eseguire queste procedure nei confronti di coloro
che venivano denunciati. Plinio però ammette di non
avere alcuna esperienza in merito e chiede consiglio
all'imperatore, affermando di non sapere se trattare
diversamente i bambini dagli adulti, di interrogare
più volte coloro che confessavano e poi
eventualmente mandarli a morte, e di dare la
possibilità agli accusati di dimostrare di non
essere cristiani, venerando le immagini degli dei e
facendo sacrifici a quella dell'imperatore. Riporta
inoltre delle dichiarazioni dei cristiani in merito
a quelle che i delatori indicavano come loro "colpe"
(Plinio afferma che i cristiani dichiararono di
incontrarsi in un giorno stabilito-la domenica-
prima dell'alba, di cantare inni a Cristo, quindi di
dividersi, per incontrarsi in seguito per mangiare
del cibo e giurare di non commettere alcun tipo di
delitto). Si nota che i cittadini romani avevano
diritto ad essere giudicati a Roma, mentre gli altri
venivano condannati direttamente sul posto. Plinio
non è un persecutore spietato: sa infatti che i veri
cristiani (che per lui sono quelli davvero
pericolosi) non rinnegano la loro fede, e quindi
lascia liberi coloro che, per paura, sono pronti a
farlo. Nella lettera 96, Plinio sa che i templi
ricominciano ad essere frequentati e i "sacra
sollemnia" a riprendere vigore dopo una lunga
interruzione. |
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