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Tibullo

 
     
 
 
 
 
 
 
 

Tibullo - Approfondimento:

 
 



Albio Tibullo (Albius Tibullus) fu un poeta latino del I secolo a.C., tra i maggiori esponenti dell'elegia erotica.


Scarse le notizie sulla sua vita. Nacque probabilmente nel Lazio, forse a Gabii, tra il 55 a.C. e il 50 a.C. da una ricca famiglia di censo equestre. Nel 44 a.C. può darsi che la famiglia di Tibullo abbia subito una confisca di terre, dopo la battaglia di Filippi. Fece parte del circolo di Marco Valerio Messalla Corvino, che seguì in una spedizione militare in Aquitania e poi nel 22 a.C. in Siria, ma fu costretto a fermarsi a Corfù per un malattia (elegia I, 3). Nel 27 a.C. assiste a Roma al trionfo di Messalla, celebrato il 25 settembre. Terminati i viaggi e le spedizioni militari, dividendo la sua vita fra la città e la campagna, Tibullo strinse amicizia con Orazio, che gli dedicò due suoi componimenti: il carme I, 33, e l'epistola I, 4. Morì poco dopo Virgilio, nell'anno 19 a.C., probabilmente a Roma.

Tibullo stesso ci fornisce diverse informazioni su di sé, nella propria opera. Inoltre, il testo di Tibullo, nei manoscritti che ce lo tramandano, è accompagnato da un epigramma scritto da Domizio Marso e da una Vita anonima. Il primo ci fornisce l'indicazione della data di morte. La seconda ci informa della sua origine, dei suoi rapporti con Messalla, dice che fisicamente era bellissimo e che multorum iudicio principem inter elegiographos obtinet locum (a giudizio di molti, ha il primo posto tra gli scrittori di elegie).

A Tibullo sono attribuiti due libri di elegie, per un totale di 1.238 versi (619 distici elegiaci).

Lo stile di Tibullo, tersus atque elegans (chiaro ed elegante), come lo definisce Quintiliano (X, 1, 93), è uno dei modelli della classicità. Tibullo lavora con un lessico limitato e con un numero ristretto di temi, variando i quali riesce a creare effetti sempre diversi, sfumando dal dolce al malinconico, talvolta al rabbioso. Non fa sfoggio invece di quell'erudizione mitologica che caratterizza lo stile del suo contemporaneo Properzio. La lingua di Tibullo è priva di arcaismi, grecismi e neologismi, nonché di anomalie morfologiche.

L'epistola I, 4 di Orazio è rivolta ad un Albio, quasi sicuramente da identificarsi con Tibullo, ritraendolo pensoso a comporre ed elogiandolo, concludendo con un invito a fargli visita. L'elegia III, 9 degli Amores di Ovidio è un epicedio per la morte di Tibullo. Ovidio si immagina il funerale, dove Delia e Nemesi si contendono il primato nel cuore del defunto. Il testo contiene varie citazioni e rimandi al testo di Tibullo. Ancora Ovidio fa il nome di Tibullo insieme a quelli di Virgilio, Orazio, Cornelio Gallo e Properzio nell'elegia IV,10 dei Tristia, lamentando che il destino non gli ha concesso abbastanza tempo per stringere amicizia con lui. Qui Ovidio, seguendo una consuetudine antica, stabilisce una "successione" dei poeti elegiaci: Gallo, Tibullo, Properzio e sé stesso come quarta "generazione" (Virgilium vidi tantum: nec avara Tibullo / tempus amicitiae fata dedere meae. / successor fuit hic tibi, Galle, Propertius illi; / quartus ab his serie temporis ipse fui. Virgilio lo vidi soltanto; né la morte prematura diede a Tibullo il tempo per la mia amicizia. Fu il tuo successore, o Gallo, e Properzio successe a lui. Dopo costoro, in ordine di tempo io sono il quarto).

 
 
 
 
   

 
 

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